
a cura di Giacomo Milazzo
La vera funzione della Protezione civile non è arrivare in fretta col soccorso e tirar fuori i morti dalle macerie, o cercarvi di salvare quelli che si trovano sotto le macerie. È tutta la politica di previsione e di prevenzione che deve accompagnare la vita di una comunità
Giuseppe Zamberletti
Tutti questi fenomeni provocano in noi ammirazione e timore: e poiché la causa del nostro timore è l’ignoranza, non vale la pena di sapere, per non avere più paura? Quanto è meglio ricercare le cause, e dedicarsi completamente a questo con tutti sé stessi! E non si potrebbe trovare alcun argomento più degno…
Seneca, Naturales quaestiones
34 milioni di italiani vivono in aree a rischio di pericoli di varia tipologia: 8 a rischio idrogeologico per frane e alluvioni, 4 per rischi vulcanici, 22 in aree ad alto rischio sismico, di cui 3 in zone di massimo pericolo
Fonte ISPRA
Viviamo in un Paese dove ogni anno frane, alluvioni, siccità e terremoti riempiono le cronache per qualche giorno, salvo poi sparire dall’agenda pubblica fino al disastro successivo. L’Autore, forte di una lunga esperienza nelle politiche per la gestione del rischio e delle crisi ambientali, sceglie di ribaltare questo schema con un deciso cambio di paradigma: spostare il baricentro dalle politiche di soccorso alla costruzione paziente di una vera cultura della prevenzione.
Oltre centomila vittime di disastri nell’ultimo secolo, la memoria delle calamità rimossa, la prevenzione rifiutata, le ricostruzioni lunghe e costose, le contestate delocalizzazioni, le paure, le colpe dell’uomo e quelle del cambiamento climatico. Alle domande di un giornalista, autore di inchieste su clima e dissesto del territorio, risponde il ministro per la Protezione civile (quella italiana è fra le più apprezzate al mondo). Un’intervista senza reticenze, con parole chiare e semplici, lontane dal politicamente corretto. E spiega come solo una nuova cultura del rischio, che coinvolga istituzioni e cittadini, potrà proteggere l’Italia da future catastrofi.
Distaccandosi in modo esplicito da ogni forma di fatalismo, quello secondo cui terremoti, frane e alluvioni sarebbero destini ai quali possiamo solo rassegnarci, viene riconosciuto che l’assenza di rischio è impossibile, ma al tempo stesso si mostra come sia possibile ridurlo, renderlo gestibile e limitandone drasticamente gli effetti attraverso politiche di lungo periodo, programmazione accurata e continuità negli investimenti. E il discorso italiano si intreccia con il contesto più ampio della crisi climatica, che moltiplica la frequenza e l’intensità degli eventi estremi, rendendo ancora più urgente una strategia di adattamento robusta e credibile.
«Il rapporto tra pianificazione di Protezione civile e pianificazione territoriale è quasi inesistente, malgrado sia previsto dalla legge […] occorrerebbe ricondurre la gestione del rischio in un sistema di normalizzazione e fare confluire i contenuti del Piano di Protezione civile nei processi “ordinari” della pianificazione territoriale».
Il testo ruota attorno a questo concetto, constatando la necessità di mettere in sicurezza i territori e prevenire per quanto possibile i danni causati dai disastri atmosferici sempre più frequenti e sempre più improvvisi nel nostro Paese.
La prevenzione di cui parla il ministro però non si limita a quella che deriva dalle azioni di Governo: «In Italia la gran parte dei cittadini assume una condotta passiva, considera la tutela dal rischio naturale solo un obbligo da parte dello Stato. Che deve proteggere e rimborsare dopo ogni evento estremo. Dopo una calamità, tutti sono a chiedersi: cosa fa lo Stato per me? Ma nessuno si chiede: cosa ho fatto io per la sicurezza mia e dei miei beni? Ho realizzato la mia casa con criteri antisismici? Ho costruito l’abitazione lontano dal pericolo dei fiumi e delle faglie? Ho assicurato i miei beni contro i rischi naturali? Ho imparato le buone pratiche di prevenzione? Nulla di tutto questo! E poiché lo Stato, presto o tardi, è intervenuto sempre, il cittadino non si è mai sentito corresponsabilizzato. E così il “dovere civico” continua a rimanere un arnese fuori uso». I due pilastri della prevenzione per l’Autore si basano su entrambe le realtà: la tutela dei cittadini da parte dello stato e la conoscenza dei rischi e delle buone pratiche da parte dei cittadini.
La verità può mettere in discussione convinzioni preesistenti, evidenziando i limiti, le mancanze e gli errori individuali o collettivi. Tuttavia, il suo riconoscimento rappresenta un elemento fondamentale per la ricostruzione personale e sociale. Costituisce un punto di riferimento dal quale è possibile intraprendere un nuovo percorso, favorendo una maggiore consapevolezza. E questo libro-intervista di verità ne è pieno.
Come evidenziato da queste pagine, non è sufficiente possedere una struttura operativa efficiente e versatile, anche se di elevata qualità. È essenziale definire con precisione la missione e la direzione da seguire. Nei prossimi anni sarà necessario compiere scelte ponderate per affrontare l’intensificarsi degli eventi estremi e delle crisi climatiche che interessano il nostro Paese, fenomeni destinati ad aumentare ulteriormente.
Il bilancio umano, sociale, culturale ed economico sta diventando insostenibile. Le oltre centomila vittime in un secolo, causate da disastri, non servono a tener viva la memoria di queste calamità, troppo spesso dimenticata, la prevenzione ignorata, mentre le ricostruzioni sono lunghe e costose, molto più costose di quanto si spenderebbe in prevenzione. Si discutono delocalizzazioni, aumentano le paure e si individuano responsabilità sia nell’uomo che nel clima.
Non mancano le domande difficili, ma la risposta arriva sempre, con chiarezza, semplicità e senza conformismi o ipocrisie. Ne emerge un manuale pratico, ricco di consigli, utile per amministratori nazionali e locali, funzionari pubblici, imprese e cittadini. Questo libro presenta dure verità, mostrando che solo una nuova cultura del rischio, condivisa da istituzioni e società civile, può davvero proteggere l’Italia dalle catastrofi future.
E, cosa di non poco conto, molto di quanto espresso in questa intervista, la Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA) lo sostiene da anni.
Nello Musumeci
Giuseppe Caporale


Nello Musumeci, è ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare e senatore della Repubblica (Fratelli d’Italia). Eurodeputato per tre legislature, è stato presidente della sua Regione, la Sicilia, sottosegretario di Stato e per due volte alla guida della Provincia di Catania. Da commissario del governo, si è occupato delle emergenze vulcaniche dell’Etna (2001) e dell’isola di Vulcano (2021). Giornalista pubblicista, è autore di saggi di storia contemporanea tra i quali, per Rubbettino, La Sicilia bombardata (2023).
Giuseppe Caporale, ha vinto il Premio Paolo Borsellino per il giornalismo (2012) e il premio “Italia Nostra Giorgio Bassani” (2010) per la tutela del territorio. È il fondatore dell’Osservatorio Economico e Sociale Riparte l’Italia (2020). È autore dei libri L’Aquila non è Kabul (Castelvecchi 2009), Il Buco Nero (Garzanti 2012) incentrati su sisma, corruzione e ricostruzione all’Aquila. Di recente ha pubblicato il libro inchiesta Ecoshock, come cambiare il destino dell’Italia al centro della crisi climatica (Rubbettino 2023).
