
a cura di Giacomo Milazzo
Tutti questi fenomeni provocano in noi ammirazione e timore: e poiché la causa del nostro timore è l’ignoranza, non vale la pena di sapere, per non avere più paura? Quanto è meglio ricercare le cause, e dedicarsi completamente a questo con tutti sé stessi! E non si potrebbe trovare alcun argomento più degno…
Seneca, Naturales quaestiones
34 milioni di italiani vivono in aree a rischio di pericoli di varia tipologia: 8 a rischio idrogeologico per frane e alluvioni, 4 per rischi vulcanici, 22 in aree ad alto rischio sismico, di cui 3 in zone di massimo pericolo
Fonte ISPRA
Un saggio che si colloca pienamente dentro l’attualità italiana, in un Paese dove ogni anno frane, alluvioni, siccità e terremoti riempiono le cronache per qualche giorno, salvo poi sparire dall’agenda pubblica fino al disastro successivo. Gli Autori, forti di una lunga esperienza nelle politiche per la gestione del rischio idrogeologico e delle crisi ambientali, scelgono di ribaltare questo schema e propongono un cambio di paradigma netto: spostare il baricentro dalle politiche di soccorso alla costruzione paziente di una vera cultura della prevenzione.
Distaccandosi in modo esplicito da ogni forma di fatalismo, quello secondo cui terremoti, frane e alluvioni sarebbero destini ai quali possiamo solo rassegnarci, gli Autori riconoscono che l’assenza di rischio è impossibile, ma mostrano come sia possibile ridurlo, renderlo gestibile e limitarne drasticamente gli effetti attraverso politiche di lungo periodo, programmazione accurata e continuità negli investimenti. E il discorso italiano si intreccia con il contesto più ampio della crisi climatica, che moltiplica la frequenza e l’intensità degli eventi estremi, rendendo ancora più urgente una strategia di adattamento robusta e credibile.
Non è soltanto un semplice rapporto tecnico, ma pur essendo un testo prezioso per i professionisti, è soprattutto un libro che vuole parlare a un pubblico ampio, mettendo in discussione l’abitudine nazionale a piangere le vittime nel fango per poi tornare rapidamente alla normalità, in fatalistica attesa della prossima emergenza.
Con un prezioso lavoro, estremamente documentato gli Autori suggeriscono per l’Italia un’esortazione a muoversi con risolutezza e quanto prima, sapendo d’essere già molto in ritardo: «Aprire un nuovo capitolo della nostra storia nazionale contrastando l’immobilismo e superando ogni contrapposizione».
E lo fanno consentendoci di far parte dell’azione grazie ai contenuti del loro ultimo libro. A partire da una prospettiva storico-scientifica sulla natura del territorio italiano, si rileva come caratteristiche di pregio e vulnerabilità siano spesso interconnesse e influenzate dalle scelte di pianificazione urbana e dalla normativa adottata negli ultimi settant’anni. In particolare, l’eccessiva proliferazione regolatoria, in numerose circostanze, ha evidenziato carenze di efficacia amministrativa e operativa, contribuendo a problematiche strutturali, creando proprio ciò che si deve contrastare: l’inazione.
Valorizzando le competenze progettuali, tecnologiche, ingegneristiche e gestionali dell’Italia, se ne racconta l’evoluzione a partire da almeno 2.400 anni fa, costellata da numerosi casi di successo.
La parola chiave qui è fiducia, tutt’altro che ingenua, nelle capacità del sistema Paese. L’Italia viene descritta come una nazione che dispone di competenze tecniche di alto livello, know-how ingegneristico, professionalità nella protezione civile e nella gestione delle emergenze, riconosciute anche a livello internazionale. Il problema non è dunque l’assenza di saperi o di esperienze, solito piagnucoloso motivetto richiamato ad alibi, ma la frammentazione istituzionale, la discontinuità politica e la tendenza a intervenire solo a valle delle catastrofi, e quasi mai a monte. In questo senso, il libro assume i toni di un atto civile: un appello alla responsabilità collettiva rivolto alla politica, alle istituzioni e alla cittadinanza.
I tecnici dovranno ulteriormente guadagnarsi la fiducia di una cittadinanza abituata a non sapere della loro esistenza e a dubitare della legittimità delle loro opinioni. I problemi potranno essere risolti in maniera condivisa quando saranno chiare a tutti le definizioni tecniche e la gravità della situazione. Se la cittadinanza non percepirà la propria responsabilità nel contribuire a soluzioni condivise tutti gli sforzi saranno vani, ancora di più in un paese come il nostro che ha sempre faticato a fare dell’educazione civica il pilastro centrale della scolarizzazione.
Al tempo stesso, vengono esposte con chiarezza le carenze, i ritardi e le contraddizioni presenti nei principali settori strategici per la prevenzione civile e il buon governo del territorio.
Che si tratti di città o aree rurali e montane, con tutta la loro fragile bellezza; del governo dell’agricoltura non meno che delle infrastrutture contemporanee; delle aree a rischio sismico, idrogeologico o vulcanico, fino alle zone costiere già impattate dalla crisi climatica, ci si pone davanti ad una sfida da affrontare quanto prima. Sfida che è stata persino definita come la necessità di avere «una mobilitazione all’altezza di quella successiva alla seconda guerra mondiale», per far fronte ad esempio ai problemi legati alla frequenza crescente dei fenomeni estremi e delle loro conseguenze sui territori. Grazie alla loro conoscenza e saggezza, gli Autori ripercorrono tutti i momenti storici di finalizzazione e accelerazione di investimenti pubblici nella storia recente in Italia: dal piano Marshall, al piano Fanfani; la Cassa per il Mezzogiorno e il suo piano di Opere straordinarie; il piano De Marchi per la difesa del suolo e la nascita delle Autorità di bacino, fino al piano «Italia Sicura», di cui furono creatori e coordinatori, partito ma poi arenatosi.

Parole chiave ricorrenti come un sottile filo conduttore sono mitigazione e adattamento. E le relative politiche. Opportunamente vengono messe, per così dire, alla porta, le polemiche prive di fondamento che vorrebbero mettere fuori causa decisioni strategiche e operative per la sostenibilità energetica, ambientale, economica e occupazionale: la riduzione delle emissioni di gas serra è un obiettivo prioritario, anche consci del raggiungimento di alcuni inesorabili punti di non ritorno, la decarbonizzazione è strada pressoché obbligata. Basta argomenti completamente astratti che negano la crisi climatica.
Inseguire, perennemente in emergenza, i danni e le conseguenze provocate da fenomeni estremi (di cui documentano la crescita in modo obiettivo) costa molto, ma molto di più che investire sulla resilienza dei sistemi, ovvero su un razionale adattamento alle nuove condizioni di fatto, oltre che quelle attese: in linea con il monito della Banca centrale europea che ha ricordato recentemente che «investire nell’adattamento genera tripli dividendi: danni evitati, guadagni economici, benefici socioambientali», gli Autori ribadiscono che ogni euro investito in misure preventive «può generare risparmi tra 4 e 7 euro in costi di riparazione e ricostruzione».
Il cuore argomentativo del libro è una tesi tanto semplice quanto radicale: l’Italia può ridurre drasticamente danni e vittime investendo stabilmente circa lo 0,9% del Pil in più ogni anno, per quindici anni, in interventi di messa in sicurezza del territorio e adattamento climatico. Gli Autori quantificano questo impegno in circa 435 miliardi complessivi, vale a dire circa 29 miliardi all’anno, di cui 20 miliardi aggiuntivi rispetto a quanto già si spende oggi. Numeri che possono apparire imponenti, ma che vengono messi in prospettiva: se confrontati con i costi complessivi delle ricostruzioni post disastro, con le perdite economiche legate ai danni alle infrastrutture e alle attività produttive, o con le risorse mobilitate per altre priorità nazionali, questa spesa appare non solo sostenibile, ma addirittura conveniente.
Uno dei meriti principali del volume è proprio quello di insistere sulla prevenzione come investimento e non come capitolo di spesa accessorio o sacrificabile. Gli Autori richiamano la letteratura economica che parla di triplo dividendo degli interventi di adattamento climatico: danni evitati in caso di eventi estremi, benefici economici legati a nuove attività, innovazione e occupazione, e vantaggi socio ambientali diffusi, dalla qualità della vita alla tutela del paesaggio. In questo modo, la prevenzione smette di essere un tema per soli tecnici e si presenta come una grande politica industriale e sociale per il futuro del Paese.
Un aspetto critico di una delle risorse ambientali, forse la più preziosa, ha a che fare con l’acqua: accumulo e distribuzione, quando è poca; assorbimento (alluvioni, inondazioni, allagamenti…) quando è troppa. Nonostante la disponibilità idrica non manchi, paghiamo più che decennali errori e inadeguatezze, specialmente in alcune aree.
Una programmazione accurata, una progettazione efficace, risultati concreti e un monitoraggio continuo rappresentano tra i principali investimenti strategici per la Repubblica, la gestione della cosa pubblica.
Nonostante l’adozione universale (a partire dall’Accordo di Parigi del 2015) dell’affiancamento di politiche di adattamento a quelle per la mitigazione delle emissioni, tuttora siamo quasi fermi. E a livello mondiale va anche peggio. Eppure, aiutare i paesi in sviluppo nell’adaptation è una delle cose più urgenti e in cui l’Italia – dal piano Mattei, alla protezione del patrimonio culturale universale, al sostegno all’autosufficienza alimentare e all’accesso all’energia elettrica – può svolgere un ruolo strategico, partendo da Mediterraneo e Africa. La mitigazione contribuisce all’adattamento e viceversa; in Italia e in Europa abbiamo bisogno di nuovi programmi di resilienza che dovrebbero costruire la nuova stagione post-PNRR. In questo modo si favorisce lo sviluppo di nuove filiere produttive, la creazione di posti di lavoro qualificati e la promozione efficace e razionale delle opportunità offerte dall’era digitale e dall’Intelligenza Artificiale.
Fuori dalle emergenze, è quindi il messaggio! Entriamo in una nuova era, e diamo all’Italia un ruolo di leadership. Questo periodo rappresenta un’opportunità decisiva nel contesto attuale. Si tratta di un processo indispensabile, che comporta responsabilità e vantaggi non trascurabili.
Il libro infine, dal punto di vista della proposta politica e amministrativa, insiste sulla necessità di superare la logica dei finanziamenti episodici, spesso legati all’onda emotiva del singolo disastro, per passare a programmi pluriennali di opere mature, ben progettate e pronte a essere realizzate. Il monito è che in passato, direi ad ogni evento emergenziale, non è mancato il denaro, ma è mancata la capacità di selezionare interventi davvero prioritari, monitorarne l’attuazione e garantire la continuità delle risorse. L’innovazione che propongono è quindi anche di metodo: dalla retorica della scarsità di fondi alla centralità della qualità della programmazione.
In conclusione, il saggio è un contributo prezioso al dibattito sulle politiche ambientali e di protezione civile in Italia, perché mette a fuoco con chiarezza l’alternativa tra una gestione perennemente emergenziale e una strategia di prevenzione strutturale. Il messaggio che attraversa il libro è che uscire dal ciclo di disastri e ricostruzioni non è un sogno irrealistico, ma una scelta politica possibile, a condizione di accettare un impegno finanziario stabile e di lunga durata, e di riformare profondamente i meccanismi di programmazione delle opere pubbliche. Per chi si occupa di ambiente, pianificazione territoriale o politiche pubbliche, ma anche per chi semplicemente vive con crescente inquietudine l’aumento delle catastrofi naturali nel nostro Paese, si tratta di una lettura fortemente consigliata, capace di coniugare analisi, proposta e una chiara istanza di responsabilità civile.
Erasmo D’Angelis (sx)
Mauro Grassi (dx)

Erasmo D’Angelis – Esperto del settore idrico e di dissesto idrogeologico. Da Segretario Generale dell’Autorità di Distretto idrografico dell’Appennino Centrale ha promosso l’Osservatorio sugli utilizzi idrici e avviato Restart la prima piattaforma tecnologica europea multirischio per la ricostruzione nei 138 Comuni colpiti dal sisma 2016-17. Ha avviato l’iter per le grandi opere di difesa di Roma e dell’Orvietano dalle alluvioni e la costruzione del primo acquedotto anti-simico italiano nelle Marche.
Ha creato e coordinato a Palazzo Chigi con Mauro Grassi, dal 2014 al 2018, la Struttura di missione ITALIASICURA per il contrasto al dissesto idrogeologico e lo sviluppo delle infrastrutture idriche. Nel 2013 è stato Sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti del Governo Letta. Dal dicembre 2009 al 2013 è stato Presidente di Publiacqua in Toscana. Per due legislature dal 2000 al 2010 è stato Consigliere Regionale in Toscana e Presidente della Commissione Ambiente e Territorio.
Mauro Grassi – Economista, Ricercatore Capo nell’Istituto di ricerca per la programmazione economica della Toscana (IRPET) sui temi dello sviluppo economico territoriale e dell’impresa. In particolare si è occupato dello sviluppo di modelli di analisi economica (Modelli input-output regionali) e di analisi economica dello sviluppo locale e della piccola impresa (Distretti industriali). In Regione Toscana ha coordinato il Piano regionale di sviluppo 2000-2005 con il titolo “Vivere bene in Toscana”, con un taglio incentrato più sul benessere degli individui e della collettività che sulla mera crescita degli indicatori economici.
Ha guidato poi in qualità di Direttore Generale il Dipartimento Lavoro e Formazione, coordinando il Piano per il “lifelong learning” centrato sul rafforzamento della persona lungo tutto l’arco della vita e quindi il Dipartimento Territorio e Ambiente dove ha realizzato il Piano di Indirizzo territoriale centrato sui temi dello sviluppo e della sostenibilità. Direttore di ITALIASICURA, curando in particolare la Programmazione del Piano contro il dissesto idrogeologico in Italia e la realizzazione dei i cantieri per la messa in sicurezza idraulica di aree metropolitane come Firenze, Milano e Genova.
INDICE
I. La siccità è solo colpa dell’acqua?
Senza acqua: la nostra emergenza innaturale
Manca l’acqua o mancano le infrastrutture per l’acqua? Il bilancio idrico
Effetto clima. Il raddoppio delle siccità dal Duemila
Fuori dall’emergenza siccità in sei mosse
In Italia il primo Forum euro-mediterraneo sull’acqua
II. Le alluvioni
Lezioni dal passato. Quando eravamo palafitticoli nell’Amazzonia italica
Gonfienti, la Venezia dell’Etruria che per duecento anni ha resistito alle alluvioni
L’imperium dell’adattamento. Acquedotti, cloache, paludi bonificate
Da Leonardo a Galileo, l’Italia start-up dell’idraulica mondiale
Perché oggi tanti morti e danni per le alluvioni?
Dalle città alle città-spugna. Reagire con la rigenerazione urbana
La città che ce l’ha fatta. Il caso Genova, best practice europea
III. L’Italia, che frana!
La genetica del rischio frana
I due terzi delle frane europee sono in Italia
Tecniche, tecnologie, robot e IA per fermare le frane
La frana di neve e ghiaccio
La frana delle manutenzioni dei suoli montuosi e collinari
La frana demografica sui piccoli comuni
La frana per incendi dolosi e colposi
IV. Terrae motus. Dal sisma all’antisismica
La clamorosa rimozione delle regole della faglia
L’Italia dal crollo facile: check up dell’edilizia italiana
Quando l’Italia dava lezioni al mondo di edilizia sicura
Dal sisma all’antisismica per l’elettricità e il gas ma non per l’acqua?
L’urgenza di un piano nazionale di adattamento antisismico
Norcia o Amatrice? Agire con l’algoritmo del ranking di vulnerabilità
Un piano di investimenti in quindici anni per la sicurezza antisismica
V. Sotto o sopra il vulcano
Convivere con vulcani e caldere terrestri e submarine
Emergenze vulcaniche: il caso Vesuvio e Campi Flegrei
La prevenzione vulcanica
VI. L’Italia sull’altalena del clima
Mare climaticum nostrum
Che tempo farà in Italia
L’inesorabile rialzo delle nostre acque marine
L’avanzata del cuneo salino
Difendersi si può e si deve. Il MOSE che ferma l’Aqua Granda a Venezia
Un grande piano di adattamento climatico c’è, ma non si vede
VII. I piani nazionali che ce l’hanno fatta
Dallo European Reconstruction Plan al Recovery Plan in Italia
«Servirebbe un piano Marshall»
Il piano Fanfani: ricostruire le case ma anche gli uomini
Il piano Cassa per il Mezzogiorno e il PRG degli acquedotti
Il piano De Marchi per la difesa dalle alluvioni e dalle frane
Il piano Italiasicura
VIII. Fuori dalle emergenze! Un piano nazionale per la prevenzione civile
Investire in prevenzione o spendere in emergenza?
Quanto costa l’emergenza?
Perché la prevenzione è un bene pubblico essenziale
L’assicurazione è sulla vita
Le regole del piano: dalla coesione politica e sociale ai cantieri no-stop
Comunicare il rischio e la prevenzione del rischio con chatbot e IA
Fonti

