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“Primavera ambientale. L’ultima rivoluzione per salvare la vita umana sulla Terra” di Ferdinando Cotugno

a cura di Giacomo Milazzo

Primavera Ambientale«La speranza non è un biglietto della lotteria da stringere sul divano, sentendosi fortunati. La speranza è un’ascia per spaccare le porte durante un’emergenza»
Rebecca Solnit
«Il primo gesto di attivismo climatico, il più doloroso e radicale, prima ancora di prendere la parola in pubblico, scendere in piazza e cercare alleanze, è cambiare noi stessi»
Ferdinando Cotugno
«Il clima è la possibilità della vita sulla Terra, il bene comune per eccellenza»
Clara Pogliani, attivista

A volte fare storia è più istruttivo del solito, è come rileggere dopo anni un oroscopo all’epoca dato per certezza, e scoprire che l’astrologo o l’astrologa di turno aveva, come ovvio attendersi, scritto soltanto una montagna di fesserie. In fondo, tutti vorremmo sperare che i negazionisti climatici abbiano ragione. Se per caso venisse fuori che, veramente, è stato tutto un abbaglio, che il clima non sta cambiando così velocemente come sembra o che, perlomeno, l’uomo non c’entra nulla…sarebbe come risvegliarsi da un incubo: il mostro che ti stava rincorrendo non esiste.

Per questo motivo rileggere questo libro, a qualche anno di distanza dalla sua prima pubblicazione, torna utile per diversi motivi.

All’inizio del XXI secolo movimenti i Fridays for Future o Extinction Rebellion hanno messo le basi affinché possa davvero scoppiare una sorta di rivoluzione. La critica al sistema capitalistico passa ora per l’idea di giustizia climatica, alla base dell’azione ecologista contemporanea, che vuole innanzitutto denunciare il suo effetto negativo sulle possibilità di sopravvivenza biologica della specie umana. In questo libro l’Autore si chiede innanzi tutto se sarà una critica di massa al capitalismo a salvare il mondo dal disastro climatico.

Gli anni passati dalla pubblicazione di questo libro sono stati costellati di fatti che possono aver indirizzato la politica a contrasto della crisi climatica in diverse direzioni, alcune positive ma, ahimé, la maggior parte negative: a cominciare dall’inerzia, dall’inefficacia e dal disinteresse della maggior parte del mondo cosiddetto occidentale, per finire al negazionismo istituzionalizzato col secondo mandato Trump.

Dopo il libro di Amitav Ghosh, dopo Matteo Motterlini, è quindi tempo di leggere o rileggere un libro come questo, a ricordarci da che parte dovrebbe stare l’iniziativa globale che potrà salvare le future generazioni, quelle a cui stiamo consegnando il pianeta, senza un piano “b”. Parafrasando l’Autore giustizia climatica sono le parole manifesto di questa generazione, il punto di arrivo e di incontro dei movimenti di decolonizzazione, dell’ambientalismo radicale e della giustizia sociale.

Ma chiunque sostenga di avere la “ricetta pronta” per smantellare il modello dello Stato-Nazione in favore di una gestione globale probabilmente sta sottovalutando la complessità del problema. Siamo in un interregno, anche se in ritardo rispetto alla maggioranza delle iniziative di cui la scienza, almeno 30, se non 50 anni fa, ci aveva avvisato: il vecchio mondo, quello dei confini e dei bilanci nazionali, non è più in grado di risolvere i problemi che ha creato, ma il nuovo mondo, una governance planetaria reale, non ha ancora i mezzi per nascere.

Senza fare del populismo climatico, o cadere in un ottimismo tecnologico infondato l’Autore identifica il paradosso: siamo la prima specie capace di alterare il clima globale, ma non abbiamo ancora evoluto un sistema politico capace di gestire quella stessa scala. È un gap evolutivo tra la nostra tecnica e la nostra organizzazione sociale. E se la soluzione “dall’alto”, e quella “dal basso” rappresentata da una grande e fondamentale componente di attivismo, sembrano entrambe insufficienti, forse la strada è un’ibridazione che ancora non riusciamo a immaginare chiaramente.

A volte, il ruolo di libri come quello in esame non è dare la soluzione, ma aiutarci a porre meglio la domanda, affinché la nostra frustrazione diventi almeno una consapevolezza condivisa. 

Le parole rivolte ai partecipanti alla COP29 da parte del Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano, ne amplificano la portata: «Quando si parla di finanziamenti per il clima, è importante ricordare che il debito ecologico e il debito estero sono due facce della stessa medaglia, che ipotecano il futuro». E ancora, ricordando le parole di Papa Francesco, che con la sua enciclica “Laudato si’” seppe dire molto di più che non il famoso “Accordo di Parigi”: «Le nazioni più ricche riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia, aggravata oggi da una nuova forma di iniquità di cui ci siamo resi consapevoli: c’è infatti un vero ‘debito ecologico’, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi».

La prova? L’1% più ricco della popolazione mondiale (rapporto Oxfam “Climate Equality”, novembre 2023) è responsabile del 16% delle emissioni globali di carbonio. Lo stesso quantitativo prodotto dal 66% più povero dell’umanità. Un altro indicatore dello stile di vita insostenibile, come quando si dice che uno svizzero consuma 10 volte più di un eritreo. 

Molte volte su queste pagine e su quelle del mio blog è stata evidenziata l’urgenza con cui, già da molto tempo, avremmo dovuto passare dalle parole ai fatti concreti che riguardino una reale inversione di tendenza nella gestione del cambiamento climatico, gestione che, concedetemelo, è stata finora piuttosto fallimentare. Altre volte sono state indicate alcune delle possibili soluzioni, pubblicazioni scientifiche a supporto e documentazione di varia natura, così come recentemente si è dato spazio a punti di vista antropologici e persino letterari.

L’IPCC lo disse chiaramente: entro il 2030 le emissioni di combustibili fossili, pur essendo soltanto il grosso del problema, dovranno essere dimezzate, e la tendenza non auspica nulla di buono in tal senso. In questo libro quindi si parla di come la generazione del clima, coloro i quali, soprattutto i più giovani, ne hanno preso piena coscienza,  dovrà e potrà indurre, forzare, creare il necessario cambiamento. E potrebbe riuscirci davvero nonostante in molti stiano tuttora negando, remando contro.

Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri.  

Nella diplomazia del clima c’è una formula per dirlo: loss and damage. I danni e le perdite. Secondo Climate Vulnerability Monitor, l’82% dei costi monetari dei danni climatici si abbatterà sui paesi del Sud del mondo. Nel 2030 i danni e le perdite quantificabili da un punto di vista finanziario saranno pari a quasi 1000 miliardi di dollari. Ogni anno. C’è una domanda che le persone, i governi, le organizzazioni internazionali hanno iniziato a porre con insistenza: chi li ripagherà? Ci interessa o possiamo continuare a ignorarlo? Nel 2030 moriranno 530.000 persone ogni anno per cause direttamente riconducibili alla crisi climatica: l’1% sarà nei paesi ricchi, il 99% nei paesi poveri. È una statistica così politica che non ci si crede. C’è una domanda che sta al fondo di tutto l’ambientalismo climatico, il quesito esistenziale fondamentale: cos’è la giustizia, in un mondo che sta diventando così? Che valore ha il futuro?

 «Non c’è nulla di più ostinato di un fatto» dice il maestro a Margherita, nel famoso romanzo di Bulgakov. Le risorse del mondo come lo conosciamo non sono infinite, il ritmo con cui le sottraiamo, qualunque sia il parametro usato per misurarlo, lo destina inesorabilmente a renderlo invivibile. L’idea comune di progresso, fatta di addizioni, di crescita continua in cui credono solo i folli…o gli economisti dice qualcuno, si scontra con le sottrazioni. È un fatto. E non possiamo sceglierci i fatti. Possiamo scegliere solo le reazioni a essi: è su questo campo che si gioca la giustizia climatica.

Una sfida ed un’impresa titaniche, ancorché ad oggi utopiche, saranno il ripensare e rivedere tutto attraverso il filtro della crisi climatica, rivoluzionare tutta l’architettura finanziaria globale così come nacque dopo la seconda guerra mondiale, e con questa tutto il sistema di potere finanziario e politico che continuiamo a considerare come inevitabile.  Un sistema inadeguato che non sta funzionando perché le risposte adeguate ai tempi, sempre che ne abbia date in passato. Riformare ciò che sembra irriformabile ad evitare che ci si ritrovi, parafrasando Giulio Boccaletti, ad essere perfettamente adattati ad un clima…che non c’è più. Persino l’istituto delle COP, nato con nobili intenti, andrebbe rivisto e riformato: ormai sopravvive solo come istituzione zombie, controllata da miliardari e dalla lobby dei combustibili fossili. Così, per esempio, alla COP di Dubai del 2023, la delegazione dei 2456 lobbisti dei combustibili fossili era di gran lunga più numerosa di ogni altra delegazione; e alla COP di Baku, Azerbaijan, nel 2024, i lobbisti dei combustibili fossili erano più dei delegati dei dieci paesi più esposti al cambiamento climatico. Il fatto che questi incontri siano ora regolarmente ospitati da stati produttori di petrolio è ancora più significativo.

Andiamo avanti come non ci fosse un domani, per lo meno il domani annunciato dai dati e dalle loro analisi da oltre trent’anni. Come scrive l’Autore: «È la metafisica dei giocatori d’azzardo. Hanno perso troppo per accettare di alzarsi dal tavolo da gioco e smettere di perdere. E così vanno avanti, perdendo ancora di più. È uno di quei meccanismi irrazionali che rendono l’anima umana ingovernabile, la vita interessante e i cambiamenti climatici così complicati da affrontare».

È stato ampiamente dimostrato che l’Europa può fare da esempio per tutti: è l’unica area del mondo che può in questo momento riuscire l’alternativa, a dimostrare che si può costruire un’economia moderna, prospera e decarbonizzata senza distruggere la società. Va quindi fatta pressione sulla UE (e sull’Italia) perché se non ce la fa l’Europa, non ce la farà nessuno. E inoltre dobbiamo uscire dalla retorica dell’inutile sacrificio lacrime e sangue. Ci saranno sicuramente conflitti che andranno governati, altre sfide, le più complesse mai affrontate, ma l’obiettivo finale è stare meglio, non peggio: costruire un modello desiderabile, una società inclusiva e con un reddito meglio distribuito, meno infelice, meno soffocata.

L’aneddotica e le storie personali con cui il libro si conclude, pur presente spesso anche in altre pagine, arricchisce e completa questo notevole lavoro, di cui faccio mio quest’ultimo passaggio.

Non sarà la nostra raccolta differenziata a salvare il mondo, ed è bene dircelo con onestà: la scala del problema climatico trascende il virtuosismo del singolo. Tuttavia, ridurre la scelta individuale a una goccia nel mare è un errore di prospettiva. Ogni nostra decisione è un segnale inviato alla comunità, un mattone per costruire una nuova narrazione collettiva. Scegliere consapevolmente è una palestra di coraggio; è la prova che un altro modo di vivere è possibile e, proprio per questo, ha il potere di ispirare e moltiplicare l’azione altrui.

Col senno di poi…
Proviamo a vedere il libro a distanza di qualche anno, e guardando il panorama dal futuro del 2026. Resta certamente un ottimo riferimento per capire il fermento degli anni passati e la sua evoluzione, ma alcuni suoi punti allora fermi hanno mostrato le crepe sotto l’urto di una realtà geopolitica e sociale più dura del previsto.

La “Greenlash” e il riflusso politico
Riletto oggi il libro mostrava un certo grado di ottimismo sulla linearità della consapevolezza politica. La “primavera” sembrava destinata a sbocciare in un consenso sempre più vasto. Invece, abbiamo assistito al fenomeno del Greenlash (contrazione di green e backlash): una violenta reazione politica e sociale contro le politiche verdi. In molti paesi europei e non solo, la transizione è stata percepita non come un’opportunità di giustizia sociale, ma come un costo insostenibile imposto dalle élite che ha scatenato reazioni variabili ad ampio spettro, dalla preoccupazione sui costi economici e sociali al complottismo. Il fronte comune che il libro auspicava si è spesso frammentato in una guerra culturale tra città e province, tra ceti abbienti e classi lavoratrici.

La polarizzazione dell’attivismo
L’Autore guardava con grande speranza ai movimenti radicali (come Extinction Rebellion o le prime azioni di Ultima Generazione) come motori di cambiamento. Tuttavia, a distanza di anni, sembra esserci un paradosso: se da una parte questi movimenti hanno effettivamente tenuto alto l’allarme, alcune loro tattiche hanno finito per polarizzare l’opinione pubblica anziché allargarla. Invece di una mobilitazione di massa gentile ma ferma, si è creato spesso un corto circuito comunicativo dove il pubblico ha discusso più del metodo (blocchi stradali, vernice sui monumenti) che del merito (la crisi climatica), portando a provvedimenti repressivi anziché a riforme accelerate.

L’impatto brutale della geopolitica
Il libro è figlio di un momento in cui la transizione era vista principalmente come una questione di volontà politica interna. L’inasprimento dei conflitti globali (Ucraina, Medio Oriente) e la conseguente crisi della sicurezza energetica hanno rimescolato le carte. La necessità immediata di combustibili fossili ha rallentato il processo di decarbonizzazione che, come l’Autore sottolineava correttamente, era già in forte ritardo. Volenti o nolenti la via maestra della transizione rapida è stata sostituita da una molto più pragmatica, derubricando l’ambiente da priorità assoluta a variabile dipendente dalla stabilità militare ed economica.

L’illusione del superamento dell’individualismo
Pur ammettendo che i comportamenti virtuosi dei singoli siano importanti ma non determinanti, ciò è stato interpretato male dal dibattito pubblico, diventando un alibi per l’inerzia, spostando così tutta la responsabilità sui grandi decisori,  svuotando di fatto il potere d’azione del singolo, molto spesso ammantato di fatalismo.

La lentezza della “Grande Negoziazione”
Il libro ci diceva che eravamo nel decennio decisivo, e già in ritardo. Siamo oltre la metà di quel decennio, ad un passo dal 2030, uno dei primi obiettivi. La sensazione è che la burocrazia della transizione sia stata molto più lenta della velocità della crisi. Auspicare in una politica che avrebbe preso le redini con coraggio appare, ora come allora, utopia; la realtà ci ha restituito una politica che procede per piccoli compromessi al ribasso, spesso incagliata in una narrazione che mette in contrapposizione lavoro e ambiente, un binomio che il libro cercava di sciogliere ma che nella realtà quotidiana è ancora ferocemente vivo.

Non c’è fallimento nel libro in sé, che rimane un’analisi lucida, ma nella capacità della società di reggere il peso della trasformazione richiesta. La primavera auspicata dall’Autore si è scontrata con un inverno geopolitico e sociale che ha reso quel risveglio molto più doloroso e frammentato del previsto.

Ferdinando Cotugno
Ferdinando Cotugno

Ferdinando Cotugno nasce a Napoli nel 1982. Giornalista freelance, nel 2012 si traferisce a Milano e comincia a lavorare per riviste e aziende come Vanity FairGQMarie ClaireRolling Stone Italia, StartupItalia, Voce Arancio e Radio 105, alcune delle quali lo portano a viaggiare dal Sud Africa alla California, dalla Norvegia al Messico. Nel 2016, assieme a Daria Addabbo, ha raccontato l’America di oggi raccogliendo interviste, fotografie e testimonianze poi pubblicate su Vanity Fair. Ha portato all’attenzione del grande pubblico anche storie come quella dell’ospedale di guerra di Emergency in Iraq, durante la caduta di Mosul; o quelle dei senzatetto a Milano e dei trent’anni di trapianti di cuore in Italia. Intervistatore di icone della musica, della cultura e dello spettacolo (da Liam Gallagher a Bebe Vio, da Al Gore a Snoop Dogg), in passato ha lavorato anche per Yahoo e come redattore di programmi televisivi. Nel 2020 ha pubblicato Italian Wood, in cui ha narrato l’ascesa dell’Italia come Paese forestale e i cambiamenti delle aree boschive intercorsi da allora e nel 2022 ha trattato di attivismo climatico con il libro in esame.

Presentazione del libro con l’Autore

INDICE
I. Terra
II. Umani
III. Giustizia
IV. Conflitto
V. Politica
VI. Noi
Ringraziamenti