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“Mercanti di dubbi” di Naomi Oreskes ed Erik M. Conway

a cura di Giacomo Milazzo

Come un manipolo di scienziati e politici ha oscurato la verità,
dal fumo al riscaldamento globale.
Un libro da leggere o rileggere.

“Questa generazione ha modificato la composizione dell’atmosfera su scala globale attraverso un continuo incremento della anidride carbonica prodotta dall’uso dei combustibili fossili.”
Lyndon Johnson, messaggio speciale al Congresso, 1965

“Il problema degli americani è che non hanno letto il verbale della riunione precedente.”
Adlai Stevenson

“Questo libro è un’arma di difesa. Non per attaccare, ma per proteggerci. Un invito all’azione, un atto di fiducia nella forza dei fatti, a condizione che i fatti siano salvaguardati
dalla propaganda e dal rumore.”
Massimo Polidoro

A distanza di 15 anni dalla prima edizione un aggiornamento è più che benvenuto anche per chi avesse a suo tempo già letto il libro; ma soprattutto per chi non l’avesse ancora fatto. Oltre a confermare quanto già allora si riportava, il libro si arricchisce di nuovi contenuti preziosi, soprattutto in conseguenza del proliferare di fenomeni di negazionismo, complottismi di varia natura, teorie strampalate e scetticismi più o meno radicali nei confronti del cambiamento climatico. Per scoprire poi che le strategie della menzogna sono sempre le stesse e addirittura, spesso orchestrate dagli stessi personaggi o dalle stesse organizzazione nate per seminare il dubbio. Un esempio recente di come tutto ciò sia possibile sta in quanto accaduto al seguito della pubblicazione da parte del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti di una sorta di controrapporto messo insieme nel tentativo di smontare il quanto il consenso scientifico in tema climatico afferma da tempo in modo ormai inequivocabile.

Un testo pressoché obbligatorio per chi abbia intenzione di orientarsi e districarsi nella enorme quantità di pseudoscienza ed antiscienza, quando non conclamate menzogne, amplificate dalla cassa di risonanza dei social. A confermare l’impatto significativo che quest’opera ha avuto sul dibattito pubblico: fornendo una base solida per chi vuole difendere la scienza e promuovere politiche basate sui fatti.

Questa nuova edizione è dunque di grande attualità, a 15 anni di distanza dalla sua prima, evidenziando il problema persistente del negazionismo che emerge evidente soprattutto in campo climatico, del controllo della scienza da parte delle grandi compagnie petrolifere e della diffusione della disinformazione legata all’ascesa di una nuova era di liberismo. Ancora oggi è una lettura essenziale per comprendere le sfide in corso nell’affrontare il cambiamento climatico, la transizione ecologica dell’economia globale e l’importanza di riconoscere e combattere la disinformazione. Non è un semplice esercizio di curiosità sul passato: è un appello a vigilare oggi, a decifrare i segni della disinformazione in tempo reale e a diffondere questa consapevolezza.

La teoria delle decisioni dimostra che se il grado di conoscenza è incerto, l’opzione migliore consiste nel non far nulla. Fare qualcosa ha dei costi – finanziari, temporali o in termini di opportunità – e se si ritiene che questi costi non possano essere ripagati da futuri benefici è meglio lasciare le cose come stanno. Inoltre, agire per prevenire danni in futuro significa rinunciare a dei benefici nel presente: benefici certi contro guadagni incerti. Se non avessimo saputo che il fumo era dannoso, mentre ci si illudeva del suo piacere, avremmo sicuramente continuato a fumare come hanno fatto milioni di americani prima degli anni Sessanta. L’incertezza favorisce lo status quo. Non c’è da meravigliarsi se quelli che più si avvantaggiano dall’inazione siano proprio quelli che enfatizzano le controversie tra gli scienziati, e che sostengono che servono più ricerche (si veda anche la recensione del libro di Irene Ivoi). Se per cambiare la percezione del riscaldamento globale occorre fornire la prova indiscutibile che non fare nulla conduce al riscaldamento, e che fare qualcosa potrebbe impedirlo si deve anche osservare che qualsiasi prova può essere contestata da avversari sufficientemente determinati, ed è impossibile fornire prove tangibili riguardanti il futuro; occorre solamente aspettare e vedere. Quindi la questione diventa: perché dovremmo aspettare una prova indiscutibile?

Ecco perché i protagonisti raccontati nel libro hanno diffuso il dubbio: perché hanno capito che il dubbio funziona. Ma funziona anche perché noi abbiamo una visione sbagliata della scienza. Tendiamo a pensare che la scienza fornisca certezze, quindi se le certezze mancano, siamo portati a ritenere che la scienza sia in errore o incompleta: una visione questa della scienza superata e sbagliata. La storia ci mostra chiaramente che la scienza non dà certezze. E non dà neppure prove immutabili. Esprime solamente il consenso degli esperti, basato sull’accumulazione organizzata di evidenze sottoposte ad analisi continua.

Prestare ascolto a entrambe le parti su un determinato argomento ha senso quando si dibatte di politica in un sistema bipartitico, ma questa modalità crea problemi nell’ambito scientifico. Quando si tratta di questioni scientifiche irrisolte, possono esserci tre, quattro o dozzine di ipotesi alternative che devono essere verificate attraverso la ricerca. Oppure, può esserci una sola ipotesi che funziona, e che è generalmente accettata, pur con qualche distinguo.

Ad esempio, quando i geologi dibattevano della deriva dei continenti negli anni Quaranta, potevano essere presentati agli studenti almeno 19 differenti possibili spiegazioni dei fenomeni a cui la teoria della deriva cercava di dare risposta. La ricerca produce delle evidenze che, con il tempo, possono dare una risposta alle varie domande (come accadde per la deriva dei continenti che si trasformò nella teoria della “tettonica a placche” e che, dagli anni Settanta, è diventata una teoria geologica accettata universalmente). A questo punto non ci sono più parti alternative. Resta solamente la conoscenza scientifica accettata. Può rimanere qualche particolare irrisolto – sul quale si concentrano gli scienziati – ma sulla questione cui è stata data risposta c’è il consenso esplicito degli esperti. Questo è ciò che si chiama conoscenza scientifica. Buona parte delle persone non lo capisce.

La lettura o la necessaria rilettura di questo libro colpisce duro. Non solo per gli argomenti trattati – la disinformazione costruita a tavolino su temi cruciali come il cambiamento climatico, il fumo, le piogge acide, il buco nell’ozono – ma la sconcertante chiarezza con cui quei meccanismi vengono smascherati: prove documentali, nomi e cognomi, storie di scienziati (sì, avete letto bene), think tank, aziende, campagne mediatiche, tutto allo scopo di seminare dubbi. E questo libro, oltre ad aiutare a riconoscere questi schemi, oggi potenziati anche da tecniche di AI che amplificano il caos informativo (ricordo la recente recensione del testo di Quattrociocchi e Cinelli).

Con gli stessi meccanismi che erano in azione quando nel 1962 la biologa marina Rachel Carson, autrice di “Primavera silenziosa”, denunciò in una maniera mai vista prima i danni all’ambiente e alla salute di animali ed esseri umani provocati dall’uso indiscriminato di pesticidi e, in particolare, del DDT. Anche in quel caso, le industrie e i loro referenti politici avevano scatenato una battaglia disinformativa pesantissima, per cercare di screditare il lavoro di Carson, che veniva descritta come “un’isterica zitella” che non sapeva di che cosa parlasse.

Le vicende descritte in queste pagine sono un ammonimento tanto per la comunità scientifica quanto per i media e la politica. Da un lato, la scienza deve evitare ogni opacità nelle fonti di finanziamento e adottare standard sempre più rigorosi, affinché non si possa – a ragione o a torto – sospettare collusioni con interessi economici. Dall’altro, i giornalisti, i divulgatori e le testate hanno la responsabilità di fornire un’informazione accurata, evitando il cosiddetto falso equilibrio, per cui si contrappongono in un dibattito pubblico da un lato fatti scientificamente dimostrati e dall’altro opinioni non verificate, come fossero i due pareri di cui s’è detto in precedenza. E questo a maggior ragione quando uno dei due è palesemente privo di fondamento o sostenuto da una minoranza irrisoria. Come notano gli autori non è un servizio alla democrazia dare lo stesso peso a una vasta letteratura peer-reviewed e a una manciata di articoli autopubblicati su siti sconosciuti.

Una delle ragioni per cui questo libro è, tuttora, un’opera fondamentale, sta nella sua dimensione storica: capire come sia stata costruita l’incertezza in passato ci aiuta a non ricadere negli stessi tranelli su questioni come i cambiamenti climatici o i rischi di altre sostanze. Anche se oggi è più facile smascherare un esperto però privo di competenze nella materia di cui parla, o un think tank finanziato in modo opaco, il fenomeno non è affatto scomparso, è solo una parziale vittoria sul fronte dell’informazione, non sufficiente a scongiurare i nuovi pericoli che derivano dalla moltiplicazione degli spazi mediatici, dall’uso di strumenti tecnologici avanzati per creare contenuti ingannevoli (dai bot sui social ai software di IA generativa) e dall’imposizione autoritaria di leggi che non mirano ad affrontare i problemi, bensì a mettere il silenziatore a qualunque sirena d’allarme.

Questo libro può suggerire utilizzi concreti.

  1. Educazione e divulgazione: diffondere il testo nelle scuole, università e nei contesti informali fa conoscere i casi storici (tabacco, ozono, pesticidi, clima) e aiuta a riconoscere le strategie della disinformazione attuale.
  2. Verifica delle fonti: imparare a leggere con occhio critico articoli, siti e post che pretendono di “smascherare la scienza mainstream”. A chi ci invita a dubitare anche dei fatti scientifici, chiediamo: “Da dove vengono i tuoi dati? Che prove hai? Che cosa ne pensa la comunità scientifica competente in materia?”.
  3. Sostegno a un giornalismo di qualità: sostenere economicamente (con abbonamenti o donazioni) le testate e i progetti editoriali che si assumono la responsabilità di fare inchieste serie, di consultare veri esperti e di comunicare in modo trasparente eventuali limiti o incertezze.
  4. Partecipazione politica: non è sufficiente sapere che esiste un consenso scientifico; occorre anche che questo consenso si traduca in norme, incentivi, divieti e strategie di lungo periodo. Fare pressione sui propri rappresentanti, partecipare al dibattito pubblico, restare aggiornati, pretendere trasparenza negli incontri tra politici e lobbisti sono tutte azioni che un elettore informato può e dovrebbe fare.

Come ricorda Oreskes, la mera esistenza di dati e prove non basta a vincere la resistenza di chi teme o rifiuta ogni intervento regolatore. Bisogna dimostrare che certe regole non annientano la libertà, bensì la tutelano da abusi e pericoli che danneggiano tutti.

In parallelo, la sfida dell’IA e delle nuove tecnologie non fa che accentuare l’urgenza di un approccio informato e responsabile. Certo, non ci rende immuni da ogni tentativo di distorsione, ma ci permette di riconoscere certi sintomi: lo scienziato o l’esperto senza credenziali che appare ovunque a difendere tesi estreme, il post che estrae frasi dal contesto, il gruppo che urla “non ci sono certezze!” quando il consenso scientifico è già più che consolidato.

Sapere, però, non basta. La conoscenza senza azione è solo un’illusione di sicurezza. Occorre pretendere trasparenza, difendere la scienza, smascherare le menzogne. Perché la verità non si difende da sola: ha bisogno di ciascuno di noi. Perché la disinformazione non è un fenomeno astratto: è un attore concreto che incide sulla salute di milioni di persone, sui ritardi nell’affrontare l’emergenza climatica, sulla qualità della nostra democrazia.

Leggere quindi queste pagine con mente aperta e diffonderne il messaggio, senza esitazioni. Infine, sostenere – e pretendere – leggi e pratiche che arginino lo strapotere di chi scommette sulla nostra confusione per trarre vantaggi privati. Solo così, i mercanti di dubbi potranno essere disarmati, utilizzando la conoscenza scientifica come una bussola essenziale il nostro futuro.

Naomi Oreskes ed Erik Conway si sono esposti in prima persona. La speranza è che questa nuova edizione contribuisca ad ampliare la cerchia di lettori, a stimolare dibattiti pubblici, a rendere più informate le discussioni politiche.

Leggete questo libro con curiosità e spirito critico. Annotate le strategie illustrate, osservatele nel mondo reale e nella comunicazione mediatica. Potreste provare disagio, ma è necessario per comprendere e migliorare.

Naomi Oreskes presenta “Perché fidarsi della scienza” (Bollati Boringhieri Editore), con Silvia Bencivelli, traduce Sarah Cuminetti.
Le registrazione della diretta streaming dalla pagina di Edizioni Ambiente della conferenza: Disorientare l’opinione pubblica. La scienza e i “mercanti di dubbi”
Un recente ed interessante contributo di Alfonso Lucifredi.
Come i giganti dell’industria fossile hanno mentito per decenni sui cambiamenti climatici.