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“Le cellule vagabonde. Come la nuova scienza del microchimerismo sta ridefinendo il concetto di identità” di Lise Barnéoud

a cura di Giacomo Milazzo

Le cellule vagabondeChimera (sostantivo femminile):
1. Animale fantastico con la testa e il petto di leone, l’addome di
capra e la coda di serpente.
2. Essere o oggetto insolito, composto di varie parti che formano
un insieme privo di unità.
3. Progetto seducente ma irrealizzabile; idea vana, prodotta unicamente dall’immaginazione; illusione: inseguire una chimera.
4. Organismo composto da due o, in casi più rari, da diverse
varietà di cellule che presentano genomi distinti.
dal Dizionario Larousse

 

Dopo aver selezionato e recensito un libro dedicato alla vana ricerca di un ontologicamente definito ecco un altro libro che spalanca una grande finestra sull’immaginario, che affascina e intimorisce allo stesso tempo e che apre scenari fondati su solide evidenze biologiche, genetiche e biochimiche, che ci racconta di come gli organismi, e il nostro non fa eccezione, racchiudano al loro interno conviventi e coabitanti di natura ben diversa da quella dei ben noti, ad esempio, organismi della flora batterica, il cui studio è appena agli inizi, vera e propria frontiera della ricerca.

Pur restando inchiodati ai dati comprovati e verificati, pilastro del metodo scientifico, al fatto che la scienza compete alla ragione, non alla fantasia, sembra proprio che quanto l’Autrice racconta di questa nuova frontiera scientifica, il microchimerismo, tragga un piacere maligno nel confondere le acque. Ipotesi che fino a ieri sembravano strampalate oggi sono fatti riconosciuti. «L’immaginazione è più importante della conoscenza» avrebbe detto Albert Einstein. Ma in questo caso l’immaginazione galoppa davanti alla conoscenza, inutile provare a trattenerla. Il microchimerismo porta lontano, molto lontano nel nostro immaginario. Ma dopotutto, se la scienza riesce ancora a generare sogni, dobbiamo forse privarcene? Non a caso ho sempre sostenuto che c’è più fantastico nel reale che nell’immaginario. Dovrebbe essere la scienza a parlarci, e non noi che proviamo a farla parlare.

C’è qualcosa di inebriante e allo stesso tempo di divertente nell’immaginare che tutte le cellule che ci compongono dalla testa ai piedi, dal cuore al cervello, derivano dallo stesso uovo fecondato. Una  cellula-uovo così piccola da entrare nel diametro di un capello, contenente una combinazione unica di 23 cromosomi materni e 23 paterni: il codice del nostro DNA, la nostra identità genetica per il resto della vita. Fatta eccezione per i gemelli omozigoti, nessuno possiede, ha posseduto e possederà lo stesso stampo biochimico di un altro: si tratta di un’impronta esclusiva, immutabile e indelebile. Certo, oggi sappiamo che i geni non sono tutto. L’epigenetica, nuova branca della biologia, mostra fino a che punto l’ambiente, lo stile di vita, l’alimentazione condizionano le tante possibili espressioni del nostro patrimonio genetico. Bisogna inoltre sottolineare che persino avere il DNA in comune, tornando ai gemelli omozigoti, non ne fa dei cloni, anzi. Senonché, il fatto che in ogni nostra cellula si trovi una partitura unica, irripetibile, che ci distingue dagli altri 8 miliardi di esseri umani, ha un che di consolatorio. È una lusinga al nostro ego, ci conferisce un io originale, singolare, coerente, quel così tanto cercato.

ChimeraPeccato che le cose siano più complicate di così. Al volgere del millennio, gli scienziati già scalfivano questa concezione egotistica dell’identità umana, dicendoci che quell’io, da noi concepito come puro e unico, era in realtà un noi, composto per metà da elementi che non ci appartenevano.
Alle cellule umane si mescola infatti un numero equivalente di cellule microbiche senza le quali non potremmo sopravvivere: batteri, virus, funghi, lieviti, tanti microrganismi connessi ai nostri tessuti, che influenzano non solo il metabolismo, il sistema immunitario, ma anche l’umore e i comportamenti. La scoperta del microbiota – così si chiama l’insieme dei microrganismi che ci abitano – ha sconvolto in profondità tanto lo studio del corpo umano quanto la concezione dell’io come un’unità in sé conclusa, singolare, omogenea. Adottando un ordine di grandezza cellulare, possiamo dire di essere sia umani sia microbi. Una bella ferita narcisistica. Al di là dell’involucro corporeo di Homo sapiens, ospitiamo una moltitudine di specie che occupa i nostri organi come tanti paesaggi distinti, microecosistemi disposti all’interno del nostro ecosistema bipede, che a sua volta percorre altri ecosistemi sempre più vasti, come una delle tante bambole di una matrioska. Considerato che l’organismo è composto da questa mescolanza fra elementi microbici e umani, possiamo dire di essere ancora noi stessi?

Di fronte a questa domanda da capogiro, ci si potrebbe consolare pensando all’unità delle cellule umane: costituiranno anche solo la metà delle cellule che ci compongono, ma sono tutte provenienti da quell’uovo originale. Tutte recano la nostra identità genetica, all’origine della nostra miracolosa singolarità. In effetti, soltanto loro formano il nostro cervello, il nostro cuore, i nostri gameti. Le cellule microbiche, almeno così ci rassicuriamo, risultano certo indispensabili, ma non costituiscono i nostri “organi nobili”: nella scatola cranica abbiamo solo le nostre cellule.

Sbagliato. Vent’anni dopo la “rivoluzione microbica”, ecco profilarsene un’altra: persino quella metà umana di cui siamo composti non è riconducibile esclusivamente alla nostra concezione di io. Si sgretola anche l’ultimo baluardo di unità a cui potevamo appigliarci: il pluralismo viene confermato. Dei 30.000 miliardi circa di cellule umane che ci compongono da adulti non tutte provengono da un nucleo originale. Come stelle venute da lontano, alcune recano un’impronta chimica diversa dalla nostra, nascondono un altro DNA. Com’è possibile? Provengono da altri esseri umani.

L’equazione più volte ripetuta per cui 1 individuo = 1 genoma non copre tutte le sfaccettature del reale.

A chi appartengono le cellule che, come plancton alla deriva, incontriamo in utero? E dove vanno le nostre cellule migranti? La cosa sorprendente è che questo balletto cellulare non va in scena su un palcoscenico chiuso,  tra la madre e il feto, ma si estende su diverse generazioni, su fratelli e sorelle, coinvolge i gemelli evanescenti (gli embrioni fecondati insieme a noi, che però spariscono così velocemente che spesso nessuno se ne rende conto). Talvolta l’insolita coreografia oltrepassa quella zona circoscritta e introduce altri io, per esempio attraverso i trapianti. Nel corso di questo invisibile viavai, ci impossessiamo degli altri, il passato s’insinua nel futuro, il futuro torna a galla nel passato.

La morte non segna più la scomparsa delle nostre cellule.

Questa è la portata degli sconvolgimenti messi in luce dal microchimerismo, nome insolito per un campo di ricerca scientifico. Nella mitologia greca Chimera era una creatura malvagia, provvista di una testa di leone, di un corpo di capra e di una coda di serpente che le veniva dalla madre, la dea vipera Echidna. Ma qui non ci si occupa di esseri fantastici: il microchimerismo riguarda tutti. Il richiamo all’immaginario mitologico riflette lo stupore e il fascino provato dagli scienziati davanti a quella che interpretavano come una mostruosità. Mescolare le proprie cellule a quelle di un altro? Un altro che non è neanche vivo, o addirittura non è mai vissuto? Vuol dire che ognuno di noi è molteplice? Che capovolgimento di prospettiva!

Ci pensavamo puri, dotati di un’efficace barriera territoriale, in grado di distinguere il nostro io e di respingere il non-io. E invece non solo non lo respingiamo, ma lo assimiliamo letteralmente in noi, ci entra nel corpo, diventa il nostro corpo. Negli ultimi anni, molti ricercatori, beffardamente definiti “acchiappafantasmi” da alcuni loro colleghi, hanno scoperto fino a che punto queste cellule, anziché essere semplici viaggiatrici di passaggio, si integrano attivamente nei nostri organi. Si moltiplicano, sintetizzano proteine, comunicano con le cellule vicine. Sepolte nelle pieghe dei nostri tessuti, come semi in balia delle onde che alla fine attecchiscono qua e là, queste cellule imprimono sottilmente forma al paesaggio, il nostro paesaggio.

Una nuova frontiera della scienza, una scienza in via di formazione, sta riscrivendo ciò che sappiamo di noi stessi. Convinti finora di sapere che le cellule del nostro corpo sono espressione esclusiva del DNA, il codice che definisce l’unicità di ciascuno di noi e in definitiva la nostra identità, stiamo oggi però scoprendo che questa idea di io è ingannevole. Indagando il microchimerismo, in tempi recentissimi, gli studiosi stanno infatti appurando un fenomeno biologico che indica la presenza di un certo numero di cellule con patrimonio genetico diverso da quelle del resto dell’organismo che le ospita. Queste cellule estranee comunicano con le nostre, partecipano al funzionamento dei nostri organi, aiutano a riparare i tessuti danneggiati e possono contribuire a combattere le infezioni.

Si tratta di una scoperta che travalica l’ambito puramente scientifico e si dimostra in grado di sollevare interrogativi esistenziali: i confini della persona sono costantemente messi in discussione e la definizione del sé si fa provvisoria.

Questo libro racconta quindi la storia di questa rivoluzione in atto e che apre la porta a una vertiginosa varietà di futuri, le cui forme stanno appena iniziando a definirsi. Il fenomeno non è soltanto una scoperta biologica: è una sfida filosofica ed esistenziale. Se dentro di noi abitano altre identità cellulari, cosa significa davvero essere noi stessi? Dove finisce l’io e dove comincia l’altro?

Con uno stile chiaro, rigoroso e appassionante, l’Autrice racconta la storia di un concetto che sta scuotendo le basi della biologia e aprendo nuovi interrogativi etici e politici.

Definito da Libération «uno di quei libri capaci di cambiare la nostra visione del mondo», questo libro  offre una prospettiva completamente nuova sull’identità umana, raccontando come le nostre cellule siano custodi di storie che vanno oltre il nostro DNA personale. Un testo illuminante per chi desidera esplorare la scienza di frontiera con uno sguardo ampio e interdisciplinare.

Lise Barnéoud

Lise Barnéoud

L’Autrice è giornalista scientifica indipendente che collabora regolarmente con diverse testate (in particolare Le Monde e Mediapart ). Ha già pubblicato diversi libri e documentari scientifici dedicando tra l’altro diversi anni di ricerca alla questione dei vaccini. Nel 2008 ha ricevuto il Premio Nazionale (francese) della Stampa Quotidiana Scientifica della Fondazione Varenne e nel 2016 il Gran Premio (francese) dei Premi Signatures Santé.

Un intervento al TEDx del 2024 e la presentazione del suo libro nel 2025 (in francese)

Implicazioni

 «Non esistono eccezioni alle leggi della natura,
esistono eccezioni alle leggi dei naturalisti»
Étienne Geoffroy Saint-Hilaire

L’equazione più volte ripetuta per cui 1 individuo = 1 genoma non copre tutte le sfaccettature del reale.

Quella che a tutti sembra, o meglio sembrava, una certezza inestirpabile e universale, alla fine si rivela una conoscenza parziale, suscettibile di revisioni. Ne sappiamo troppo poco sulla nostra biologia per poter trasformare in un dogma l’idea che un’impronta di DNA sia in grado di rivelarci l’origine o l’identità di una persona. La regina delle prove tale non è. Eppure, la usiamo ancora spesso per identificare un genitore, dimostrare o dichiarare una paternità, studiare le domande di ricongiungimento famigliare,  condannare un presunto innocente. Un campione che non confermi il legame genetico viene subito considerato una truffa,  commenta la filosofa danese Margrit Shildrick, una delle poche a essersi accostata alle conseguenze socio-legali del  microchimerismo.
Perché certe nozioni scientifiche assumono così frettolosamente le sembianze di un’evidenza incontrovertibile? Forse ci dedichiamo troppo poco agli aspetti che ignoriamo? E perché, invece, altri campi del sapere restano cristallizzati nell’ombra dello scetticismo, persino quando nuove scoperte consentono di sfatare certi dubbi?

La sociologia delle scienze ha un bel daffare!

INDICE

Introduzione
1. Viaggio nel mare materno
2. Le invasioni barbariche?
3. Under my skin
4. Ritorno al futuro
5. L’altro in me
6. Gli altri me
7. La somma di quello che siamo
8. Decifrare Babele
9. Il lato oscuro della forza
10. Zombie e uistitì
11. Per un’ecologia del sistema immunitario