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“L’uomo che non c’era. Storie ai limiti del sé” di Anil Ananthaswamy

a cura di Giacomo Milazzo

L'uomo che non c'eraDi questi tempi, circondati e spesso assaliti da una sorta di pop-filosofia che vede chissà quali caratteristiche mentali nell’Intelligenza Artificiale, negli LLM e negli altri strumenti informatici del genere, occorre rimettere pesantemente i piedi per terra, e ricordare quanto complesso sia, tuttora inestricabile, definire i processi che portano alla generazione di quella cosa che ognuno di noi percepisce: il .

Il dualismo cartesiano è superato. Nessuno afferma l’esistenza di un sé dotato di realtà ontologica indipendente, un sé che possa continuare a esistere anche dopo la scomparsa del cervello e del resto del corpo. E nessuno sostiene che esista una zona privilegiata del cervello che possa essere considerata unica depositaria del sé. Certo, per il senso del sé alcune regioni cerebrali sono più importanti di altre, ma nessuna di esse può essere considerata l’unico dominio del sé. Sembra proprio, dati ed osservazioni alla mano, che tutto ciò che costituisce il sé in quanto oggetto, compreso il senso di appartenenza del corpo, sia una costruzione senza costruttore.

Al posto del dualismo cartesiano, che ha declassato il corpo a mero contenitore, oggi abbiamo un quadro del senso del sé in cui esso è l’esito di processi neurali fortemente integrati con il corpo, processi in cui il cervello, il corpo, la mente e persino la cultura si integrano per fare di noi ciò che siamo. Ma dove nasce la soggettività? Verrà mai risolto il mistero della coscienza, questa apparente immaterialità che sorge dalla materialità del cervello?

C’è chi sostiene, ed a farlo sono anche alcuni neuroscienziati, che l’essere umano non potrà mai capire a fondo il cervello perché, per farlo, ha a disposizione soltanto il cervello stesso!

Dove possiamo collocare il nostro sé? Nel cervello? Nella mente? Nel corpo? E soprattutto, un sé esiste davvero? E se esiste, di cosa è fatto, che confini ha, come si trasforma nel corso della nostra vita? Esistono storie di uomini e donne che spingono al limite le possibili risposte a queste domande, accompagnandoci in un viaggio in regioni dell’identità incerte e perturbate, dove ciò che, per definizione, dovrebbe essere più stabile, in realtà ci sfugge: il senso di noi stessi. Graham tenta il suicidio e, dopo aver fallito, passa il resto della sua vita a persuadere gli altri di essere già morto. Ashwin vede un altro sé stesso…Schizofrenia, Alzheimer, autismo, epilessia, sindrome di Cotard sono solo esempi di modi di esistere in cui l’assioma cartesiano del «cogito ergo sum» è sovvertito dal «penso, dunque non sono». Le neuroscienze da tempo si interrogano su questi stati: condizioni cerebrali difettose o disfunzionali, dove accade che il sé migri dal proprio corpo fisico verso un proprio doppione separato, o che lasci il proprio corpo vagare sul soffitto restando a guardarlo a distanza, come fosse distinto e altro da se stesso. Questo libro parte da qui: dagli interrogativi a cui epistemologie differenti non hanno ancora saputo rispondere definitivamente, rimandandoci alla certezza che mente e corpo intrecciano tra loro relazioni complesse e mutanti, che i processi neuronali aggiornano il nostro sé continuamente, e che la percezione di continuità che abbiamo del nostro essere noi stessi potrebbe di per sé essere un’illusione. Perché il sé è allo stesso tempo ovunque, eppure da nessuna parte, nel nostro cervello.

Ma non potrebbe l’intero cervello essere un sistema da cui ha origine la nostra sensazione di essere incarnati in un corpo?

Sindrome di Cotard, schizofrenia, morbo di Alzheimer, epilessia sono patologie del sé, modi di esistere in cui viene meno la cristallina equivalenza di pensiero ed essere postulata da Cartesio, «penso, dunque sono», e la persona sperimenta un io che non coincide con le certezze che abitualmente le consentono di credersi se stessa: la capacità di ricordare quello che ha vissuto, la padronanza dei suoi pensieri e delle sue azioni, la percezione di abitare un corpo, di occupare un punto preciso nello spazio, di avere un’identità che resta stabile nel tempo. Ma, se non è nel corpo né nei sensi né nella memoria, dove si trova il sé? E quale realtà o continuità possiamo attribuirgli, dal momento che sappiamo solo ciò che non è?

L’uomo che non c’era parte da qui: dagli interrogativi a cui epistemologie differenti non hanno ancora saputo rispondere definitivamente, rimandandoci alla certezza che mente e corpo intrecciano tra loro relazioni complesse e mutanti, che i processi neuronali aggiornano il nostro Sé continuamente, e che la percezione di continuità che abbiamo del nostro essere noi stessi potrebbe di per sé essere un’illusione.

Non è un testo di chiacchiere metafisiche e divagazioni parapsicologiche, ma un’attenta e curata indagine scientifica. In questo territorio incerto ci guida l’Autore, interrogandosi sul paradosso del sé, e sulle malattie che lo rilevano proprio nel momento in cui sembra malfunzionare, coniugando al rigore scientifico l’attenzione per l’esperienza individuale, con i racconti in prima persona di molte vittime di queste patologie o dei medici che li hanno avuti in cura.

E ricordando al lettore che la domanda a cui oggi le neuroscienze cercano di rispondere è la stessa che l’uomo si pone da sempre: che cosa vuol dire «io»?

Anil Ananthaswamy
Anil Ananthaswamy

Anil Ananthaswamy  è uno scrittore scientifico pluripremiato, ex redattore e vicedirettore della rivista londinese New Scientist . È stato borsista del MIT Knight Science Journalism per il 2019-20 . È stato guest editor per il programma di scrittura scientifica dell’Università della California, Santa Cruz, e organizza e tiene un workshop annuale di scrittura scientifica presso il National Centre for Biological Sciences di Bengaluru, in India. È redattore freelance per PNAS Front Matter . Scrive regolarmente per New Scientist, Quanta , Scientific American, PNAS Front Matter e Nature, e ha collaborato, tra gli altri, con Nautilus, Matter ,  il Wall Street Journal, Discover  e la rivista britannica Literary Review.

Conferenza con l’Autore
Giorgio Vallortigara – Perché ci accorgiamo di esistere