
a cura di Giacomo Milazzo
Il genio della natura è dotato di un’inesauribile creatività; anche sottoposta alle pressioni più opprimenti, l’evoluzione trova sempre una strada, grazie alla sua infinita ispirazione. Possono storpiarla, sabotarla, ma la vita non smette di cercare una forma inedita che si adatti alle nuove condizioni. Nel farlo, ci mostra che anche noi possiamo cambiare e che, anzi, dobbiamo farlo. L’ingegnosità dell’evoluzione, tuttavia, da sola non basterà. Se la vita è spinta a sperimentare sotto pressione, probabilmente imboccherà più di un vicolo cieco. Noi potremo darle un aiuto essenziale, intervenendo a modificarla, ma l’unica speranza di successo per molte specie starà nella nostra capacità e volontà di trasformare innanzitutto il nostro modo di vivere. Per fortuna, questa capacità è sempre stata dentro di noi. Possediamo grandi riserve di plasticità: attingendovi, potremo ricostruire le nostre città e reimmaginare la vita di ogni giorno, dai materiali che usiamo al cibo che mangiamo alle basi stesse della nostra economia; potremo sincronizzarci con i ritmi della natura e trovare l’affinità al di là degli invalicabili mondi percettivi, distinti e impenetrabili, degli animali. Tutta questa vitalità è anche in noi, radicata nell’essenza profonda di ciò che significa essere umani.
Se Neil Shubin ci ha raccontato la meravigliosa storia dei circa quattro miliardi di anni di vita sulla Terra, l’Autore di questo libro ci parla qui soprattutto di come l’equilibrio raggiunto sia stato e sia tuttora profondamente influenzato dalla presenza di Homo sapiens che, oltre a lasciare una cosiddetta impronta ecologica, si palesa praticamente ovunque sottoforma di motore di pressioni selettive che, sotto il vaglio cieco della selezione naturale, possono essere positive, adattative, ma molto più frequentemente disadattative, spingendo specie animali o vegetali all’estinzione. Ma è proprio dalla natura che possiamo apprendere come comportarci, come cambiare. I cambiamenti sono in corso, ovunque e nello stesso momento. Certi adattamenti permetteranno ad alcune specie di affrontare le nuove difficoltà della vita su un pianeta antropizzato e, con il tempo, se riusciranno a prosperare, i mutamenti indotti dall’uomo daranno un nuovo corso all’evoluzione di quelle specie. Ciò che avviene oggi potrebbe avere profonde ripercussioni anche a lungo termine, e anche ciò che non vediamo ci interessa da vicino. L’evoluzione è irrefrenabile: è l’instancabile ingegnosità della natura in azione e, in un momento in cui la base stessa della vita è gravemente minacciata, non possiamo tralasciare quel che può insegnarci su come costruire un mondo migliore. Un tempo l’evoluzione era considerata un fenomeno di poderosa lentezza, che si dispiegava con la flemma di milioni di anni, ma il nostro impatto su di essa è stato straordinariamente rapido. Stiamo costringendo la natura a reimmaginare se stessa e, per evitare il disastro, siamo chiamati a farlo anche noi.
La natura non parla, ma insegna: si può apprenderne le lezioni in silenzio, ascoltandone il ritmo vitale, cogliendo la bellezza del cambiamento continuo. E non solo climatico.
Il pianeta che abitiamo è un sistema in costante tensione e mutazione, capace di autoregolarsi: ogni essere vivente partecipa a questo equilibrio dinamico, affinando strategie geniali in risposta alle molteplici pressioni ambientali. Le geometrie alari degli uccelli migratori, la struttura collettiva degli alveari, la rete sotterranea che connette le radici degli alberi, l’architettura delle barriere coralline: sono solo alcuni esempi di un’intelligenza ecologica diffusa, non lineare, che si manifesta in infinite forme. Riconoscere che anche l’uomo fa parte di questo flusso evolutivo significa accettare che il cambiamento, persino quello climatico, può essere visto non solo come minaccia, ma come un’opportunità.
Animato da una sensibilità scientifica e poetica insieme, l’Autore attraversa foreste e città, fondali marini, musei e laboratori, per raccogliere le voci e i desideri di chi studia le visionarie trovate tecnologiche ispirate dalla natura: attivisti climatici, biologi e architetti, ma anche poeti, musicisti e artisti. Ne emerge un quadro ricco di temi e casi originali – edifici che imitano le strategie delle piante, centri urbani che crescono organicamente come ecosistemi, materiali perfezionati dai cicli biologici – che racconta di quanti strumenti disponiamo per affrontare le trasformazioni del presente: spesso la natura ha già la risposta pronta, basta saperla e volerla ascoltare.
Viviamo in un mondo di meraviglie, piagato dalla più grave delle calamità: la nostra presenza. Nel 2019, un report delle Nazioni Unite ha previsto che fino a un milione di specie, tra piante e animali, potrebbe subire l’estinzione entro il 2100. Ma nel bel mezzo di questa catastrofe c’è un altro fenomeno che è in corso in modo impercettibile e silenzioso: alcuni organismi stanno cambiando, e a una velocità sorprendente. I principali fattori che spingono all’estinzione – agricoltura, urbanizzazione, diffusione di specie introdotte dall’uomo, inquinamento, cambiamenti climatici – stanno diventando, ognuno a suo modo, motori di evoluzione. Da quasi quattro miliardi di anni, la vita sulla Terra sperimenta nuovi modi di essere, percepire, muoversi e riprodursi, trovando ogni volta nuove forme con cui affrontare le sfide del momento. Ma le difficoltà del vivere su un pianeta abitato dagli umani stanno mettendo a dura prova l’ingegnosità della natura. In tutti i continenti eccetto l’Antartide, animali, piante e insetti stanno alterando il loro organismo e il loro comportamento per rispondere alle pressioni esercitate dalla trasformazione sia degli ecosistemi che del clima. L’innalzamento globale delle temperature sta ampliando le aree di diffusione delle creature più diverse, da coralli e muschi a uccelli e farfalle. Nelle città, palazzi alti, binari sotterranei e zone verdi offrono versioni sintetiche di pareti rocciose, grotte e corsi d’acqua. La navigazione transoceanica ha riavvicinato continenti che si erano separati milioni di anni fa. L’impronta umana si vede ovunque: negli uccelli che dimenticano il loro canto, nei ragni di città che tessono tele più fitte, negli elefanti che nascono senza zanne per sfuggire alle letali attenzioni dei cacciatori. Oggi la nostra civiltà è diventata la più grande spinta evolutiva al mondo. Mentre le condizioni di vita sulla Terra stanno mutando (con effetti potenzialmente devastanti), che lezioni può darci questo cambiamento diffuso su come plasmare un futuro più vivibile? In realtà, su quel genere di questioni urgenti e complesse come costruire città sostenibili, gestire l’inquinamento e decidere come affrontare i cambiamenti climatici, c’è molto da imparare dal talento trasformista dell’evoluzione, per quanto sia condizionata dall’influsso umano.
Un’avvertenza: il fatto che l’umanità stia oggi orientando l’evoluzione – una forza che dà forma alla vita sul pianeta da 3,7 miliardi di anni – non è certo da celebrare, né possiamo considerarlo un motivo di soddisfazione. L’adattamento non è una panacea. Se molte specie si stanno adattando alle sfide della vita su una Terra dominata da noi esseri umani, ciò non ci rende meno responsabili della crisi della biodiversità; non possiamo restarcene seduti a guardare, mentre la selezione naturale rimette insieme i cocci degli ecosistemi che noi abbiamo infranto. Finché continueremo ad alterare la chimica dell’atmosfera e degli oceani, a sfregiare il suolo per la costruzione di strade o il prelievo di risorse, a inondare l’acqua, l’aria e il sottosuolo di tossine, non potranno che seguirne morte e devastazione su vasta scala. Per la maggior parte delle specie, il ritmo con cui si deteriora il clima e vengono distrutti gli habitat è troppo elevato: più è delicato l’adattamento di un vegetale o un animale alla sua nicchia, meno sarà in grado di adeguarsi se la vita in quella nicchia diventerà insostenibile. In un futuro prossimo, gli ecosistemi saranno popolati dalle specie più resistenti e capaci di adattamento, ma persino quelle in grado di adottare nuove caratteristiche avranno buone probabilità di fallire il colpo: il rischio del disadattamento – un mutamento che, di fatto, lascia l’individuo più vulnerabile di prima – è sempre dietro l’angolo.
La natura ha strategie adattive in grado di cambiare gli equilibri, in modo così dinamico, da ristabilire quel che abbiamo perduto, o rovinato, con l’Antropocene. Gli esseri umani sono la principale influenza sull’evoluzione delle specie in tutti i continenti, tranne l’Antartide: il collasso climatico, la perdita di habitat, l’introduzione di specie estranee e l’inquinamento sono i fattori principali. Stiamo cambiando i sistemi da cui dipende la vita in modo troppo radicale. La biodiversità sta subendo una grave emorragia. Abbiamo creato il problema e dobbiamo risolverlo. Ma per farlo, dobbiamo prestare attenzione a come gli altri esseri si stanno adattando, ciò di cui abbiamo più bisogno è riconnetterci con il nostro posto nella rete della vita. La maggior parte degli adattamenti sono frutto di plasticità, ogni vivente ha la capacità di esprimere geni in risposta a nuove pressioni selettive, sviluppando caratteristiche, nuovi comportamenti. Le rondini lungo le strade hanno sviluppato ali più corte e aerodinamiche per adattarsi al traffico. Nello stesso modo plastico gli esseri umani si sono evoluti per vivere uno stile di vita nomade ma l’insediamento, prima come agricoltori e poi come abitanti delle città, ha prodotto cambiamenti drammatici anche nella nostra specie, e sempre più persone vivono nelle metropoli: non è il corpo che dobbiamo cambiare, ma la nostra idea di noi stessi e cosa significhi essere umani. Per troppo tempo abbiamo vissuto nella menzogna di essere diversi dal resto del mondo vivente. La natura è una Babele: i canti delle megattere possono durare un’intera giornata. I capodogli si danno nomi a vicenda, hanno dialetti, ed è possibile che con l’aiuto della tecnologia si possa un giorno tradurre il linguaggio delle balene. È tragico che, allo stesso tempo, stiamo inquinando gli oceani. Dagli anni ‘6o, il trasporto marittimo e l’estrazione mineraria hanno aumentato il rumore negli oceani di circa tre decibel ogni dieci anni. Così in terra come in cielo: gli uccelli sono in grado di percepire il campo elettromagnetico terrestre, i delfini combinano vista e udito nell’ecolocalizzazione. Ciò significa che il mondo viene percepito in modo radicalmente diverso dal nostro. Come tradurre tutto questo? Wittgenstein diceva che se un leone potesse parlare non lo capiremmo. Il mondo vivente sia molto eloquente riguardo al danno che stiamo causando; siamo perfettamente in grado di capirlo, scegliamo di non farlo. Una grossa fetta dell’inquinamento viene dall’agricoltura, responsabile di una pari a circa il 20 percento delle emissioni globali di carbonio: ogni anno perdiamo cinque milioni di ettari di foresta a causa della conversione in terreni agricoli, abbiamo bisogno di nutrirci: il problema è che la coltivazione degli alimenti è stata industrializzata, ciò ha cambiato il rapporto delle persone con il cibo, ogni anno ne sprechiamo oltre un miliardo di tonnellate. La cosa più efficace è ridurre il consumo di carne. Ma potremmo sfruttare il potenziale dei microbi: il Cupriavidus necator è un batterio del suolo che attraverso la fermentazione produce una farina ricca di proteine. Utilizziamo 4o milioni di ettari per coltivare soia, potremmo sostituirla coni microbi utilizzando 1/1.7oo del terreno, lasciando il resto a disposizione per essere rinaturalizzato. L’addomesticamento dei microrganismi sarebbe una rivoluzione per le comunità viventi: le città imitano gli habitat naturali (gli edifici diventano scogliere, le metropolitane grotte), offrono nuovi modi per procurarsi cibo o riparo. Architetti e designer lavorano su un cemento autorigenerante che assorbe il carbonio dall’atmosfera, coltivano mattoni dal micelio; progettano modi per alimentare le case utilizzando microbi che si nutrono dei rifiuti domestici, mentre in Scozia e nei Paesi Bassi gli uccelli strappano le punte progettate per tenere lontani gli animali selvatici, e le usano per costruire nidi. È l’exaptation (preadattamento o exattamento): la natura immagina sempre modi per riutilizzare ciò che ha a disposizione e procede con nel bricolage riutilizzando piuttosto che inventare da capo, non è detto che la soluzione sia perfetta, purché funzioni. Alcuni stanno seguendo questo esempio per costruire circolarità e riutilizzo nel settore edile, responsabile di circa un terzo delle emissioni globali: se progettassimo gli edifici in modo che, alla fine del ciclo di vita, il vetro, l’acciaio e il rame potessero essere estratti e riutilizzati. Il nostro rapporto col tempo, finora, è stato dominato dall’orologio: furono le osservazioni di Galileo a portare Huygens all’invenzione del pendolo, ma Galileo misurò l’oscillazione sincronizzandola col battito del proprio cuore, il ritmo del corpo. Mentre viveva vicino al lago Walden, Thoreau registrava i diversi tempi e ritmi intorno a lui ne era così immerso che affermava che le stagioni e tutti i loro cambiamenti erano in lui. Vivere nel ‘ciò che dovrebbe essere: il tempo delle perdite e della speranza in un futuro migliore.
In un mondo in cui si assiste ormai nel giro di decenni a mutamenti ambientali che un tempo avrebbero richiesto migliaia di anni, la capacità di adottare mutazioni corporee, o un diverso comportamento alimentare o un’abitudine migratoria alternativa, quando le condizioni lo impongono è diventata vitale. E ciò vale anche per noi. È il tema di questo libro è proprio la ricerca della plasticità umana, ovvero lo stesso potenziale di cambiamento osservato nel mondo animale e vegetale sottoposto alle pressioni selettive accelerate dalla nostra presenza; potenziale che sfruttiamo da quando esiste l’uomo e continuiamo a farlo malgrado oggi tecnologia, medicina e agricoltura ci hanno isolato dal mondo naturale. Forse non avremo la necessità di alterare i nostri geni, ma abbiamo disperatamente bisogno di cambiare il nostro modo di vivere, e per farlo possono aiutarci gli esempi del mondo naturale. Progettare le cose lasciandosi ispirare dalla natura potrebbe rivoluzionare la nostra esistenza quotidiana.
Inquiniamo perché ci consideriamo separati dal resto dei viventi, ma i modi in cui altri esseri stanno imparando a convivere con il nostro inquinamento da agenti chimici e da materiali plastici possono suggerirci nuove vie per rientrare in connessione con il mondo intorno a noi.
I cambiamenti climatici stanno alterando i molti «orologi naturali» che regolano migrazione, riproduzione e fioritura, ma se imparassimo a coordinare i nostri ritmi con quelli della natura, ciò potrebbe rivoluzionare le nostre politiche. Capire meglio il nostro impatto sul modo di pensare, di sognare, di comunicare degli esseri viventi può aiutarci a reimmaginare quel che significa vivere e lavorare insieme.
Gran parte dei mutamenti innescati dall’agire umano è involontaria, ma a monte e a valle di simili influssi non pianificati sull’evoluzione si situano, invece, sforzi assai deliberati di riplasmare i corpi di altri esseri. Il nostro primo tentativo di orientare l’evoluzione – la domesticazione di piante e animali – è stato il fondamento su cui si è edificata la civiltà moderna, mentre il nostro futuro potrà dipendere da tecnologie di editing genetico volte a potenziare le capacità adattive di specie minacciate. Entrambe le pratiche implicano un ripensamento di ciò che significa essere umani. In quanto anche noi siamo parte di un mondo che cambia, è essenziale che abbracciamo la nostra capacità di evolvere.
Per gran parte della nostra storia recente, considerarci umani ha significato vederci come una specie a sé stante. La capacità di cambiare è da sempre insita nell’ingegnosità della natura: una caratteristica che, malgrado tutto il nostro acume, sembriamo avere perso. Il mondo è pronto per reimmaginare se stesso, ma lo siamo anche noi.
La vita sulla Terra sta cambiando e la domanda è: siamo in grado di cambiare con essa? Se la risposta è sì, il nostro singolare pianeta potrà essere un luogo in cui ogni forma di vita è libera di prosperare.
David Farrier
Scrittore, attore e regista neozelandese. È apparso nella serie mockumentary del 2014 di Rhys Darby, Short Poppies. Ha lavorato nel settore giornalistico e su documentari, inclusi reportage sulla televisione neozelandese e co-diretto del documentario Tickled (2016). Ha creato la serie documentaristica Netflix Dark Tourist nel 2018, in cui visita le popolari attrazioni del turismo oscuro. Dello stesso autore segnaliamo “Tracce. Alla ricerca dei fossili di domani”, recensito in questa rubrica.
Presentazione del libro
INDICE
Introduzione
Il cane ottimale. Quando la domesticazione dimostra che il cambiamento è possibile
La città vivente. Come l’evoluzione urbana può insegnarci a costruire città sostenibili
Un tratto di natura accomuna tutti al mondo. Come le altre specie possono aiutarci a risolvere il problema dei rifiuti
L’affinità delle lingue. Quando il canto degli animali ci insegna ad ascoltare la natura
Menti insolite. Come altre forme di intelligenza ci aiutano a rimodellare le nostre economie
Orologi naturali. Perché ripensare il tempo può aiutarci a scegliere un futuro migliore
Il balzo dell’uomo-leone. Perché la biologia di sintesi può salvare le specie vulnerabili dall’estinzione
I leopardi di Kafka

