
a cura di Giacomo Milazzo
La mente animale non è solo un prodotto dell’evoluzione:
è la forza che l’ha guidata.
Se la storia della Terra fosse compressa a un anno, la nostra specie sorgerebbe negli ultimi trenta minuti circa dell’ultima ora. Ma la vita stessa non è un arrivo così tardivo: esiste sulla Terra da circa 3,7 miliardi di anni, ovvero la maggior parte della storia del nostro pianeta e oltre un quarto dell’età dell’Universo (per quanto ne sappiamo).
Cosa hanno fatto organismi come i batteri animali dapprima, quelli fotosintetici dopo, e poi le piante e gli altri, in tutto questo tempo? In Living on Earth, il filosofo Peter Godfrey-Smith propone un nuovo modo di comprendere come le azioni degli esseri viventi abbiano plasmato il nostro pianeta. Mentre i suoi altri famosi due libri, a comporre con questo una sorta di trilogia, “Altre menti” e “Metazoa”, esploravano l’enigma di come le menti coscienti siano arrivate a esistere sulla Terra, quest’ultimo libro si concentra su ciò che accade quando guardiamo la mente dal punto di vista che vede gli organismi come agenti causali attivi, non solo come risultati del processo evolutivo. In altre parole il pianeta che abitiamo è in gran parte opera di altri esseri viventi, che hanno plasmato gli ambienti che noi stessi abbiamo poi trasformato.
A tal fine, l’Autore ci porta nel grande viaggio della storia della vita sulla Terra. Visita gorilla ruandesi e uccelli australiani, torna nelle barriere coralline e nelle tane di polpo, riflette sull’impatto della lingua e della scrittura, e valuta le responsabilità che i nostri poteri unici comportano, in relazione all’allevamento intensivo, alla conservazione degli habitat, al cambiamento climatico e all’uso degli animali negli esperimenti. Spaziando dai mari alle foreste, dalla prima apparizione della materia animata alla sua futura estinzione, l’Autore offre un quadro innovativo del corso della vita sulla Terra e di come potremmo affrontare le sfide del nostro tempo, l’Antropocene.
Perché questo libro (link pubblico sul sito dell’editore)
«La storia della vita include una parata di organismi nuovi (corpi, menti e modi di vivere fino a quel momento sconosciuti), nonché una sequenza di azioni innovative con i relativi effetti, un modo inedito in cui la vita trasforma il mondo. Ma questa storia non si riduce alla comparsa sulla scena di una serie di organismi mai visti prima, in quanto i neo arrivati modificano la scena stessa.
Il libro intende approfondire proprio questi temi: la storia dell’azione dei viventi e il modo in cui essa ha modificato la Terra. L’idea è quella di leggere la storia dei viventi attraverso una lente, o un punto di vista, che permetta di considerarli cause e non soltanto prodotti dell’evoluzione. Tale approccio, in un certo senso, ci dà la possibilità di raccontare una storia diversa, considerando quanto è stato fatto anziché le forme via via comparse. A ben vedere la storia non è poi così diversa, a cambiare è la nostra prospettiva. I due punti di vista coesistono: l’azione costruttiva degli animali e degli altri organismi è parte integrante della storia della vita sulla Terra.
Guardare le cose attraverso questa lente cambia il nostro modo di vedere per molti aspetti: a proposito degli animali, per esempio, e del posto occupato da noi. Un simile approccio produce, tanto per cominciare, un quadro dinamico della Terra, delineando l’immagine di un pianeta in continuo cambiamento legato a ciò che fanno gli esseri viventi. Pensiamo nuovamente all’ossigeno. L’aria che respiriamo, con la sua elevata concentrazione di questo gas, è in un certo senso « innaturale » per un pianeta come il nostro. L’ossigeno è un elemento reattivo, aggressivo, che tende a interagire con quanto ha intorno. Quando i sub si immergono usando bombole piene di «nitrox», una miscela di aria in cui la concentrazione di ossigeno è più elevata di quella atmosferica, devono considerare il limite di sicurezza consentito per ogni proporzione di ossigeno miscelato al gas nella bombola. Al di sotto di una data profondità rischiano infatti l’avvelenamento da ossigeno. Via via che il sub scende l’aumento della pressione dell’acqua rende l’ossigeno nel suo corpo più concentrato. In condizioni ordinarie, le molecole di ossigeno (O2) non sono tossiche, pur essendo molto reattive; quelle dell’ossigeno gassoso però tendono a urtare l’una contro l’altra e contro ogni elemento, dando origine a molecole di forma anomala chiamate «radicali liberi», o «radicali dell’ossigeno», che agiscono come tante palle da demolizione. Di conseguenza, anche se l’impiego di miscele arricchite di ossigeno nelle immersioni è spesso consigliabile, quando si scende al di sotto di certe profondità occorre ridurre, proporzionalmente, la concentrazione di ossigeno nella bombola. Perfino la quantità di ossigeno presente nella miscela d’aria ordinaria diventa tossica se ci si spinge troppo in profondità. Quando ho partecipato a un corso per imparare a immergermi usando il nitrox, il manuale diceva, con tono un po’ drammatico: «L’ossigeno è un gas che non perdona».
L’atmosfera ricca di ossigeno da cui dipendiamo è stata prodotta da degli organismi. Non è però una conseguenza della « vita » in generale: il particolare miscuglio di gas dell’atmosfera terrestre deriva da uno specifico percorso storico.
Quando iniziamo a osservare il nostro pianeta considerando la vita come una causa, sono molte le cose che appaiono diverse. La prima parte del libro seguirà sostanzialmente il lungo percorso storico della vita, descrivendo l’aumento di nuove forme di progettazione, costruzione e modificazione (cioè di «ingegneria ecosistemica»), e in particolare il ruolo, in tutto il processo, dell’azione e delle menti che l’hanno guidato.
Ogni volta che in una storia entra in gioco la mente, emergono dubbi filosofici. Un dubbio assai comune è il classico problema mente-corpo: come è possibile che in natura esistano la sensibilità e la coscienza? A questa si aggiunge una domanda leggermente diversa: che cosa c’entra la mente? Qual è il posto che occupa nella totalità di ciò che accade nel mondo?
Una prima risposta alla seconda domanda è che la mente guida le azioni attraverso la percezione, il pensiero, le pianificazioni e le intenzioni. Le azioni soddisfano le necessità degli organismi e, intenzionalmente o no, possono anche trasformare il mondo. Gli esseri umani con il loro agire deliberato proseguono e ampliano la lunga tradizione di organismi che trasformano la natura; la storia della Terra include una sequenza di forme diverse responsabili di tale ricostruzione. L’intera vicenda inizia con gli organismi unicellulari, procede con la prima evoluzione di animali che agiscono, vede la transizione dello spostamento sulla terraferma e si estende nello sviluppo della vita sociale, della collaborazione e della cultura. Un animale è un nesso che collega percezione e azione, ma è anche il nesso tra passato e presente, mediante le tracce del passato fissate nella memoria. Le azioni, a loro volta, hanno conseguenze che vanno oltre la vita del singolo: mentre diventano più elaborate, le menti cambiano la portata dell’azione animale. L’attività umana, connessa all’organizzazione sociale e alla complessità tecnologica, è una forma di azione particolarmente potente.
L’idea di una storia che pone le menti, in particolare quelle umane, lungo una linea di discendenza di agenti trasformatori e li considera parte integrante delle vicende della Terra costituisce il seme da cui è derivato il fusto principale, l’asse portante di questo libro. Con il tempo, quell’asse si è ramificato in altri temi. Spesso capita che la posizione raggiunta seguendo il filo principale di uno o più ragionamenti offra un punto di vista privilegiato da cui altri temi o quesiti appaiono diversi rispetto a prima.
Uno di questi temi è, come accennato, il problema classico del dualismo mente-corpo. Vivere sulla Terra è il terzo libro di una serie. Nei primi due, Altre menti e Metazoa, ho affrontato parte di quell’enigma. Altre menti ruotava intorno a un aspetto peculiare della storia della vita animale: l’antica divisione dell’albero filogenetico dei viventi che ha portato da una parte a noi e dall’altra al polpo e a molti invertebrati diversi. Quel libro era incentrato sul confronto tra la nostra vita e la loro, e si serviva di quella comparazione per esaminare l’origine stessa delle menti. Il secondo libro, Metazoa, considerava un insieme più ampio di animali offrendo un resoconto più completo sull’evoluzione della sensibilità e dell’esperienza. Questo terzo libro, come ho detto, esamina principalmente un’altra prospettiva della storia, in cui la mente è vista come causa e non tanto come prodotto (in ogni caso questo volume non presume che abbiate letto gli altri). Quando però iniziamo a parlare di esseri umani e del posto occupato dalla nostra specie in tutta la storia, è possibile tornare al rapporto mente-corpo e approfondire ulteriormente quell’argomento.
Mi sembra che ormai abbiamo superato le visioni «dualiste» che separavano in maniera rigida la mente e il corpo; io, perlomeno, lo darò per scontato. Non aggiungerò altro in questo libro sul perché dovremmo considerare la mente come un fenomeno biologico invece che come un’entità ultraterrena di qualche tipo. Però c’è ancora molto da dire riguardo alla nostra esperienza e alla sensibilità umana. L’esperienza consapevole degli esseri umani è il prodotto di caratteristiche antiche e comuni tra gli animali, ma anche di ciò che accadde alla nostra specie dopo la nascita del linguaggio e della cultura, due peculiarità della nostra linea evolutiva. L’esperienza sensibile o consapevole probabilmente accomuna tutti gli animali, infatti la storia della consapevolezza è in parte legata al modo in cui i sistemi nervosi, in prima istanza, rendono possibile l’esperienza. Esiste però un fattore che riguarda soltanto la nostra specie e nessun’altra, per quanto ne sappiamo, e deriva dal contatto tra le peculiarità dell’evoluzione umana, in particolare la nostra immersione nella cultura, e l’esperienza animale, un fenomeno più antico. Dalla combinazione di questi due fattori, l’antico e il nuovo, derivano gli aggrovigliati splendori della coscienza umana.
Noi esseri umani siamo derivati da questa serie di eventi (durante l’evoluzione e la trasformazione della Terra stessa) e abbiamo sviluppato una mente caratterizzata da autoconsapevolezza, capace di fare previsioni e di soffermarsi a riflettere. Siamo in grado di considerare il mondo intero e, quando lo facciamo, ci ritroviamo nel mezzo di ciò che tante volte sembra un processo precipitoso. Il mondo sembra più piccolo e più stretto, con il fumo degli incendi che collega, inopportunamente, luoghi distanti. Una parte troppo grande del pianeta, a quanto pare, ha subìto l’influenza umana per un intervallo di tempo in cui non siamo stati granché capaci di capire come esercitare il nostro potere. La porzione della Terra tuttora occupata dalla natura incontaminata, e il posto che ha nell’insieme complessivo, arretra e continua a ridursi.
Nell’ultima parte del libro propongo una riflessione sul modo in cui bisognerebbe affrontare, o sarebbe meglio che affrontassimo, alcuni problemi impellenti. I temi principali saranno: il nostro rapporto con gli animali non umani negli allevamenti o impiegati negli esperimenti e le scelte politiche riguardanti l’ambiente e la natura incontaminata, soprattutto in relazione alle estinzioni, al cambiamento climatico e alla conservazione degli habitat. Mi occuperò insomma delle sfide uniche della nostra epoca, il cosiddetto «Antropocene».
Lo scopo di questi capitoli non è promuovere un’«etica biologica», o un codice morale applicato al mondo biologico. Potremmo essere tentati di farlo, cercando di trarre direttamente dal quadro scientifico delineato un insieme di princìpi morali o di scelte politiche. Non credo che, se pure avessimo un’idea chiara e accurata di noi, della Terra, degli altri animali e così via, capiremmo improvvisamente che cosa occorre fare o come dovremmo agire se fossimo un po’ ragionevoli. L’idea che mi sono fatto sulla questione ammette un certo livello di libertà di azione nella nostra situazione. Comunque pensare alla vita sulla Terra, compresi noi stessi, come suggerisco di fare in questo libro, può aiutarci a compiere le scelte necessarie. È un modo per riflettere sul quadro complessivo e scegliere poi che risposta dare.
Oltre a questi temi ce n’è un altro che si riverbera nelle pagine del libro. Si tratta di una questione ampia e filosofica e, in qualche modo, difficile da descrivere. L’ho lasciato alla fine della mia premessa proprio per questa ragione. Come ho scritto poc’anzi, questo libro ci invita a pensare alla Terra nella sua interezza e a riflettere sul ruolo delle menti e dell’azione dei viventi in quel complesso. Nella mia analisi mi piacerebbe promuovere un approccio ecologico. A prima vista potrebbe sembrare un’idea piuttosto banale. Il termine « ecologico » ha vari significati e in genere si riferisce al riconoscimento delle connessioni che esistono nel mondo vivente. È giusto e lo sottolineo a mia volta, però ritengo sia possibile spingersi oltre. L’approccio che propongo abbraccia fedelmente l’idea per cui noi esseri viventi e agenti nel mondo siamo qui tutti insieme, in quanto elementi di un unico grande sistema. Abbiamo tutti prospettive differenti su di esso ma, allo stesso tempo, continuiamo a farne parte e contribuiamo, individualmente, al suo modo di essere e di cambiare.
Ammetto che tutto ciò sembrerà comunque molto astratto. Esistono forse altri modi per pensare a queste cose? Che cos’ha di diverso il mio approccio? Qualche volta nel libro, esaminando le teorie sulle menti animali, sulla percezione e sull’azione, considererò proposte lontane dall’impostazione mentale ecologica che intendo difendere. In particolare quando si parla della percezione, degli esseri umani e degli altri animali, una tendenza comune è quella di inserire ciascuna specie in una sorta di mondo privato. Si tratta di un errore, ma non senza fondamento o assurdo. Le menti sono agenti della trasformazione, del cambiamento di un mondo pubblico, condiviso, che è anche il tema centrale di questo libro. La mente però è anche la sede di qualcosa di privato, unico, delle irripetibili peculiarità delle vicende e delle situazioni individuali. I punti di vista sono privati. I pensieri sono privati. Il mondo che abbiamo intorno e su cui agiamo invece non lo è.
In base a questa linea di pensiero esiste, in ambito filosofico e non solo, una tradizione per cui sarebbe la coscienza a «dare forma al mondo», ovvero a forgiare il mondo di ogni individuo, dato che ciascuno di noi genera la propria realtà. Ma non è così: facciamo parte di una realtà condivisa, in continua trasformazione e, in qualche misura, costruita dalla stessa azione del vivere, e la coscienza è parte della storia. Con il nostro agire non diamo forma a una nostra personale realtà, ma tutti svolgiamo un ruolo nel formarne una condivisa.
Questi sono alcuni esempi di domande e temi che incontreremo nei prossimi capitoli. Ma c’è anche dell’altro, come la comunicazione e la cultura, la bellezza e l’attribuzione del valore, la vita e la morte, temi che in qualche caso incontreremo seguendo l’asse principale del libro, mentre altri spunteranno come ramificazioni laterali.
Assi principali che si ramificano come tronchi… una metafora arborea. E lo stesso vale per gran parte dell’impostazione del libro. È una sorta di libro-foresta, in molte delle sue pagine, con qualche saltuario ritorno agli oceani e alle barriere coralline. Molte delle riflessioni che stanno dietro questo volume sono nate lì. Il tragitto seguito è perlopiù sulla terraferma e tra gli alberi, ma non mancheranno incursioni nel mare, dove tutto è iniziato.»
Peter Godfrey-Smith
Professore presso la School of History and Philosophy of Science dell’Università di Sydney. Cresciuto a Sydney, in Australia. Laurea triennale presso l’Università di Sydney e un dottorato in filosofia presso la UC San Diego. Ha insegnato alla Stanford University tra il 1991 e il 2003, e ha combinato un incarico part-time all’Australian National University con una posizione da visiting professor ad Harvard per alcuni anni. Successivamente ha assunto un incarico a tempo pieno ad Harvard ed è stato Professore di Filosofia dal 2006 al 2011, prima di trasferirsi al CUNY Graduate Center (dal 2011 al 2017). Infine ha iniziato un incarico part-time nel programma HPS all’Università di Sydney nel 2015. Questa è diventata una posizione a tempo pieno nel 2017.
I principali interessi di ricerca sono la filosofia della biologia e la filosofia della mente. Lavoro anche su pragmatismo, filosofia generale della scienza e alcune parti di metafisica ed epistemologia. Ha scritto sette libri: Complexity and the Function of Mind in Nature (Cambridge, 1996), Theory and Reality: An Introduction to the Philosophy of Science (Chicago, 2003), Darwinian Populations and Natural Selection (Oxford, 2009), che ha vinto il Lakatos Award 2010, Philosophy of Biology (Princeton, 2014), Other Minds: The Octopus, The Sea, and the Deep Origins of Consciousness (FSG, 2016), Metazoa: Vita animale e la nascita della mente (FSG e William Collins, 2020) e questo (FSG e William Collins, 2024).


