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“Quando tornano le rondini. Friuli 1976: memorie di un terremoto” di Giada Messetti

a cura di Giacomo Milazzo

Quanto Tornano le Rondini«Il 1976 è un anno denso di avvenimenti. Ricordarne alcuni serve a restituire il contesto di quel tempo. […] Di gran parte di questi fatti, i friulani non si accorgono. Mentre il mondo continua ad andare avanti, per molti di loro tutto si ferma alle nove di sera del 6 maggio.
Di quel giovedì notte, resta il ricordo della polvere, del buio e della paura.»
Giada Messetti
Un avvenimento raccontato da una sola persona riguarda il destino di questa persona, raccontato da molti è già storia.
Svetlana Aleksievič ‘Preghiera per Černobyl’
Il mio paese era piccolo ma era molto bello.
Adesso non c’è nessuna casa, sono tutte cadute dopo il 6 maggio.
Però i nostri monti fanno lo stesso bella figura.
Giovanna, bambina del Friuli

6 maggio 1976. In Friuli la terra trema: 13 secondi dopo le 21 un terremoto di magnitudo momento 6,5 (Mw, dati INGV), di intensità pari al IX-X grado della scala Mercalli (fonte INGV), colpisce un’area di 5.700 chilometri quadrati. La scossa principale dura 59 tragici secondi. Cinquantanove secondi. Provate a seguire la lancetta del vostro orologio per quel lunghissimo minuto. Provate ad immaginare di provare a camminare nel corridoio di casa verso l’uscita, su quel che è diventato un tagadà impazzito, e non riuscirci. L’estensione dell’area fu tale da colpire 137 comuni. Complessivamente furono distrutte circa 17.000 case, 75.000 danneggiate. I morti furono 989 (anzi, 990 ci ricorda l’Autrice), 2607 feriti. Quasi 200.000 persone persero la casa. Moltissime le repliche. Le più forti si verificarono a oltre 4 mesi dall’inizio della sequenza, l’11 e il 15 settembre 1976, con magnitudo pari a 5,7 e 6,1 rispettivamente, analoghe a quella della scossa del 6 maggio. Ci furono nuovi gravi danni, ulteriori distruzioni e qualche vittima. Un’altra forte scossa avvenne un anno più tardi, il 16 settembre 1977.

A cinquant’anni dal terremoto l’Autrice ce lo racconta raccogliendo le voci di gemonesi, tutti conosciuti personalmente fin da bambina: persone che lo vissero e che ne portano i segni sulla pelle. Allo scopo di preservare una memoria che, a livello nazionale, sembra lontana e dimenticata, ma che segnò un passaggio cruciale per l’Italia. Come ci dice uno dei testimoni, il nostro è un Paese sismico: ce lo dimentichiamo, ma il terremoto torna sempre.

Con un incedere commovente ma sereno e avvincente nonostante la tragicità degli eventi, l’Autrice racconta quel momento e le sue enormi conseguenze nel tempo e nello spazio, con tredici storie, a partire dalla sua. Un libro di memorie personali e collettive allo stesso tempo, da condividere, che va dritto al cuore, inteso sia come centro emozionale che centro dei problemi che ogni volta che una calamità naturale, un terremoto in particolare, sconvolge il nostro bel Paese, richiama immediatamente le stesse inadeguatezze, le incompetenze, quella sensazione di emergenza continua che ben conosciamo. Ma è soprattutto un racconto dei racconti di ciò che solo una catastrofe del genere può provocare: spezzare letteralmente le vite di chi sopravvive, con una profonda insanabile frattura tra il prima e il dopo del sisma, perdere tutto, azzerarsi, ripartire. Memorie intime, direttamente dagli occhi di chi le ha vissute. Come quel che traspare da questo frammento.

Un vecchio servizio televisivo in bianco e nero del 1976 raccoglie le voci di bambini friulani, scampati alla devastazione. Uno di loro, Vittorio, dichiara perentorio: «Lis sisilis nus bandonin» («Le rondini ci abbandonano»). Fuori campo, una voce di donna chiede: «Perché ci abbandonano? Sono venute le rondini a Gemona quest’anno?». Lui risponde: «Sì, sono venute, ma non hanno trovato i nidi perché le case sono cadute». E nella risposta ad una successiva domanda la speranza, che tornino le rondini e ritrovino le case ricostruite per dar loro modo di costruire i nidi. Per anni, a Gemona, le rondini non s’erano più viste.

Il libro illumina un’esperienza politica straordinaria, forse irripetibile, quella che fu chiamata fin da subito “Modello Friuli”. Una politica responsabile, capace di superare le barriere ideologiche per unirsi al servizio della popolazione. La figura di Giuseppe Zamberletti, tratteggiata più volte,  un uomo illuminato, al posto giusto al momento giusto, con poteri davvero eccezionali al limite della costituzionalità. Ad evitare il dramma del terremoto del Belice, avvenuto pochi anni prima e con i sopravvissuti ancora costretti nelle baracche.

E da tutti questi racconti la speranza è che si gettino le basi, soprattutto per i giovani, per chi nemmeno conosce quella tragedia, per ispirare curiosità per la straordinaria solidarietà e collaborazione nate da quella catastrofe. Sarebbero disposte le odierne generazioni di genitori a lasciare che i loro figli si rechino volontariamente in una zona disastrata, rischiando di persona, per aiutare gli altri? L’Autrice non ne è sicura, e concordo. L’iperprotettività dell’odierna società è tale da spegnere sul nascere ogni volontà di quel tipo.

Il 6 maggio 1976 l’Autrice non era ancora nata. Ma fu in quel tragico contesto che i percorsi contingenti delle vite portarono a conoscersi i due che sarebbero divenuti i suoi genitori. E dalla forza di chi volle e seppe ricominciare nonostante tutto quel dolore. E aggiunge: «Per quanto queste mie parole possano suonare spiacevoli, senza il terremoto che quella sera ha spezzato tante vite e ne ha cambiate altrettante, non sarei qui. Sono figlia del terremoto

E quella stessa forza di volontà pervade indissolubilmente la straordinaria reazione di una terra che rifiutò di arrendersi. «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese» era il motto di allora (formulato da monsignor Alfredo Battisti, l’allora arcivescovo di Udine); e così la ricostruzione divenne modello virtuoso di efficienza e partecipazione dal basso, che impedì lo spopolamento delle valli.

Una raccolta preziosa di testimonianze, a ricordare che la rinascita è possibile anche dopo la più totale delle distruzioni, affinché le rondini tornino a nidificare dove prima c’erano solo macerie e perché, come conclude il libro: «No jè mai stade ploe che il bon timp nol sedi tornât. Non c’è mai stata pioggia dopo la quale non sia tornato il sereno. E con il sereno, si sa, tornano anche le rondini

Ma soprattutto un monito ad evitare tragedie come questa spingendo forte, fortissimo, sulla prevenzione, la grande assente in questo nostro paese, a ribadire gli appelli e la necessità più e più volte espressa sulle pagine del nostro sito.

Selezione di emozioni
Dal cap. I

«Mai fidarsi delle montagne. Per loro siamo creature irrilevanti.»

Dal cap. II
«Può sembrare assurdo, ma a me vivere in baracca in fondo piaceva. Mi rilassava stare seduta fuori dalla porta e osservare la vita della baraccopoli. La normalità tornava, piano piano. Quello che ricordo con più piacere è che eravamo tutti uguali. Chi riusciva a costruire un piccolo riparo dal vento davanti alla porta del suo prefabbricato sembrava più fortunato degli altri, ma per il resto non c’erano altre differenze. Tutto era livellato. Non sapevi più chi fosse ricco e chi fosse povero. Anche perché, per mesi, i soldi non si erano più usati. Si mangiava nelle mense dei militari e ci si vestiva con gli indumenti distribuiti nei magazzini dove lavoravo anch’io. C’era solo un po’ di invidia per chi viveva nelle Krivaja. Erano i prefabbricati più belli: le “baracche-chalet”, così le chiamavamo, perché assomigliavano a delle piccole baite in legno. Venivano concesse a chi possedeva un terreno privato su cui poterle installare, quindi erano sparse qua e là.

Un altro aspetto bellissimo di quel periodo era la tolleranza per la diversità. Ho lavorato per oltre venticinque anni in ambito psichiatrico: credo che, per chi viveva un po’ ai margini, quello sia stato un momento positivo. Nessuno aveva nulla, ma si condivideva tutto.»

«(…)una cosa è percepire un tremito, un’altra è la terra che si apre e inghiotte tutto, compresa la tua vita precedente.»

Dal cap. III
«I jeans che la mattina del 6 maggio non riusciva ad abbottonare, il giorno dopo le cadranno. Per la paura, quella notte, ha perso tre chili.»

Dal cap. IV
«Di fatti incredibili, attorno al terremoto, ne sono successi davvero tanti. Una cosa che mi ha sempre colpito è il grande aiuto che io e la mia famiglia abbiamo ricevuto, sia da conoscenti sia da perfetti sconosciuti.»

Dal cap. V
«È il primo caso nella storia in cui un disastro naturale assume la dimensione di una vera e propria tragedia mediatica, seguita e raccontata senza sosta dai mezzi di informazione. L’8 e il 9 maggio la RAI decide di modificare i suoi palinsesti e – oggi può sembrare incredibile – blocca la trasmissione di inserti pubblicitari in segno di lutto per i quasi mille morti del Friuli

«Tutti gli inviati non possono fare a meno di sottolineare lo stesso dato di fatto: i friulani non piangono, non gridano, non si lamentano.»

«È difficile trovare un angolo nel mondo in cui i friulani non siano arrivati negli ultimi secoli. Ancor più difficile trovare un luogo in cui il loro passaggio abbia lasciato un cattivo ricordo.»

Dal cap. VI
[Quelli post sisma – NdR] «Sono stati anni di grande solidarietà e condivisione. Il rovescio della medaglia è che, con il tempo, tutto è tornato come prima, forse persino peggio. A volte mi chiedo cosa accadrebbe se arrivasse un terremoto altrettanto devastante oggi. Credo sarebbe più complicato reagire allo stesso modo.»

«Dopo qualche giorno, qualcuno mi ha avvisato che avevano recuperato i corpi dei miei cari. Mi sono messo in testa che volevo vederli. Sono arrivato nella via del cimitero. C’erano una fila interminabile di bare aperte e un odore insopportabile di disinfettante e di morte. A cinque metri da loro, per fortuna, ho avuto un momento di lucidità. Mi sono fermato e ho pensato che non era vero che volevo vederli. Non volevo vedere mio fratello con il volto tumefatto dall’asfissia o mia madre priva di un braccio perché la pala meccanica gliel’aveva portato via. Volevo ricordare come erano, uguali a quando li avevo salutati.»

Dal cap. VII
«”NON ABBIAMO BISOGNO DI COMPASSIONE!”, scritto tutto maiuscolo.»

«Per noi il Friuli è al primo posto, non possiamo sbagliare. Il Belice non si deve ripetere». Giulio Andreotti nel settembre 1976.

Dal cap. VIII
«…nelle fasi critiche è fondamentale che qualcuno, a un certo punto, prenda in mano la situazione.»

Dal cap. IX
«Il numero totale degli sfollati sarà di oltre 32.000 persone.»

«Sebbene rari, si registrano casi di persone che svuotano gli alloggi [per gli sfollati, NdR] per renderli inutilizzabili, li fanno risultare occupati anche se non è vero o si rifiutano di concederli.»

[Per consentire a chi ha deciso o è costretto a restare, di affrontare l’inverno – NdR] «tutte le roulotte italiane in produzione, comprese quelle nei magazzini delle ditte costruttrici, vengono requisite

Dal cap. X
«Entro il 30 marzo 1977, quasi tutti gli abitanti sono rientrati a Gemona. Era la scadenza che aveva fissato il commissario.

Da lì in poi è iniziata la ricostruzione vera e propria. Lo Stato ha delegato i suoi poteri alla Regione e la Regione ha nominato i sindaci “funzionari delegati” con facoltà di firma. I progetti sono rimasti in Friuli, non sono transitati per Roma, come era successo dopo il terremoto del Belice.(…)Ci sono voluti dieci anni perché la ricostruzione fosse completata al 90 per cento.»

«Per conservarne la memoria è necessario che i nonni ne parlino ai nipoti, i genitori ai figli, e così via. È inutile far finta di niente: il Friuli Venezia Giulia, come l’Italia, è una terra sismica. Il terremoto torna.»

Dal cap. XI
«Il primo problema da affrontare in tutte le aree colpite dal sisma è disfarsi delle tonnellate di macerie che il terremoto e la successiva demolizione dei fabbricati pericolanti hanno prodotto.» I resti del centro storico di Gemona hanno formato una collinetta. Passeggiandoci si nota come [NdR] «sul terreno si possano ancora riconoscere piccoli pezzi di mattone, cocci di vasi, frammenti di piastrelle. Chissà cos’altro c’è là sotto. Solo provare a immaginarlo mi fa venire i brividi

Dal cap. XII
«(…)la decisione dello Stato di affidare la responsabilità di gestire l’emergenza e la ricostruzione ai Comuni è stata ciò che ha fatto la differenza rispetto alle altre situazioni post-terremoto nel nostro Paese.»

Dal cap. XIII
«No jè mai stade ploe che il bon timp nol sedi tornât. Non c’è mai stata pioggia dopo la quale non sia tornato il sereno. E con il sereno, si sa, tornano anche le rondini

Giada Messetti
Giada Messetti

Giada Messetti è cresciuta a Gemona del Friuli (UD). Sinologa e studiosa dei temi legati alla Cina, interviene come opinionista in televisione, in radio, a convegni e festival, sulle pagine di quotidiani e periodici. È autrice di trasmissioni televisive e radiofoniche per Rai, Mediaset e La7 e ha ideato, scritto e condotto «CinAmerica», un racconto sulla sfida tra Cina e Stati Uniti, andato in onda su Rai3, ora disponibile su Raiplay. Dal 2025 porta nei teatri lo spettacolo-conferenza «Nella Testa del Dragone. Viaggio alla scoperta della Cina», in cui esplora la cultura, il pensiero e la strategia di un paese che influenza sempre di più il nostro presente e il nostro futuro. Ogni settimana cura una rubrica di notizie cinesi e coconduce il programma «Uno, nessuno, 100Milan» su Radio24. Per Mondadori ha pubblicato la trilogia di saggi Nella testa del Dragone (2020), La Cina è già qui (2022) e La Cina è un’aragosta (2025).

“Le rondini di Gemona”: Giada Messetti racconta i traumi del terremoto e la rinascita
Di Oscar D’Agostino, Il Messaggero Veneto, 23 aprile 2026

Alle 21 di quel 6 maggio 1976, in una casa di Udine, suonavano le note di Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd. Mario, un ragazzo di diciott’anni, stava collaudando il suo nuovo mangiacassette a batterie registrando l’album in vinile, quando un boato improvviso interruppe la musica. La corrente elettrica saltò e la puntina del giradischi iniziò a “stenografare” le oscillazioni di una terra che tremava con una violenza inaudita, le grida di terrore, mentre il mangianastri registrava ancora.

Documentario del 1976

INDICE
Introduzione
I. Figlia del terremoto
II. Mila: La polvere
III. L’Orcolat
IV Sandro: La carta d’identità
V. A cosa serve piangere?
VI. Flavio: Gli occhiali di Walter Bonatti
VII. Le parole non sono mattoni
VIII. Ivo: Il treno
IX. Si sta sempre bene nel posto in cui si è nati
X. Claudio: Il furgone
XI. La ricostruzione
XII. Augusto: Lo yuánfèn
XIII. Dopo la pioggia torna sempre il sereno
Bibliografia essenziale
Ringraziamenti