
a cura di Giacomo Milazzo
Negli anni Sessanta del XX secolo, il botanico tedesco Grzimek, nel suo libro “Serengeti non deve morire”, fece una profezia (il Serengeti è una vasta regione di circa 30.000 kmq tra Kenia e Tanzania e suddivisa in numerosi parchi nazionali).
Nei decenni e nei secoli a venire, scriveva, le persone non avrebbero più viaggiato per vedere le meraviglie dell’ingegneria, ma avrebbero «lasciato le città polverose per contemplare gli ultimi luoghi della Terra» dove vivono grandi creature, relativamente indisturbate, in mezzo a grandi paesaggi.
«I paesi che hanno preservato questi luoghi saranno invidiati dalle altre nazioni e visitati da fiumane di turisti. C’è una differenza tra gli animali selvatici che vivono una vita naturale e gli edifici famosi. I palazzi possono essere ricostruiti se vengono distrutti (…), ma una volta che gli animali selvatici del Serengeti saranno stati sterminati, nessuna potenza al mondo potrà riportarli indietro».
Questo libro non è una profezia né un giuramento: sono racconti d’avventura dai quali è possibile trarre lezioni sulla campagna per la difesa della natura selvaggia, soprattutto su cosa potrebbe funzionare, e perché, motivati da tante realtà che stanno già funzionando e dimostrando la loro efficacia. E questo libro vuole essere anche un monito e uno sprone a farci carico delle nostre responsabilità personali relative al mantenimento della diversità biologica sul nostro pianeta che, per quanto ne sappiamo, risulta essere unico nell’intero universo. Non possiamo permettere che, anche solo a tratti, la natura selvaggia scompaia, solo perché viviamo comodamente lontani migliaia di chilometri da questa: anche quel che non vediamo ci riguarda.
Il cuore selvaggio della natura è intrinseco all’estensione, la connessione, la diversità e i processi dei grandi ecosistemi. Finché noi esseri umani riconosceremo questa realtà, la rispetteremo e ci sforzeremo di preservare quegli elementi tramite iniziative appassionate e sagge come quelle descritte nel libro, in mezzo a luoghi magnifici che comprendono quelli ritratti nelle sue pagine ma anche altri, il cuore continuerà a battere.
L’Autore è noto al grande pubblico per aver, in un certo qual modo, profetizzato nel suo libro del 2012 “Spillover”, l’arrivo della pandemia da Covid-19. Ovviamente non di profezia si trattò ma del risultato di considerazioni e deduzioni logiche sui meccanismi di trasmissione e riproduzione biologiche della quasi totalità dei virus. Nella sua «vita precedente» a quella che lo avrebbe eletto quindi massima autorità sul Covid-19 – pandemia di cui sarebbe diventato l’involontario profeta – David Quammen è stato anche, se non soprattutto, un avventuriero audace e insieme scanzonato. E, in quella veste, autore di una serie di memorabili reportage per «National Geographic», che nell’arco di vent’anni (quelli riportati nel libro vanno dal 2000 al 2019) lo hanno portato nei luoghi più riposti, e spesso meno affabili, del pianeta: dall’«abisso verde» di paludi del Congo alle giungle impenetrabili del Gabon, fino alla Patagonia, in Kamčatka e nella Terra di Francesco Giuseppe. Quei reportage, scritti con taglio e stile diretto, quei reportage sono vere immersioni visionarie, nella «natura selvaggia» e nella sua abbagliante, ma ogni giorno più precaria, esibizione di biodiversità. Senza per questo farsi mancare passaggi di simpatica ironia. Chi abbia già letto altri libri dell’Autore ritroverà, arricchite, alcune regioni di questo tour de force; ma qui, però, l’esotismo allucinato e la fauna variegata di quei luoghi sono inquadrati come un labirinto di delicati ecosistemi, sempre più minacciati dall’invadenza dell’uomo.
Trattandosi di un arricchimento di una serie di reportage non c’è, tranne che in rari casi, un ordine di lettura predefinito, mettendo quindi il lettore in grado di scegliere gli argomenti che più lo ispirano, proprio come si farebbe sfogliando una rivista accattivante prima di immergersi nella sua lettura.
Questo libro si presta dunque a essere letto in molti modi: come «una serie di dispacci da una battaglia all’ultimo sangue», la battaglia per il futuro della diversità biologica sul nostro pianeta, travestita da romanzo di avventure, o viceversa. Ma anche come un invito a risintonizzare il nostro battito cardiaco con quello nascosto nelle vastità dimenticate della natura di cui siamo parte. Dopotutto, scrive l’Autore, è ancora possibile, basta restare in ascolto di quel battito: il cuore fondamentale dei grandi ecosistemi naturali. Così come il sangue, pompato dal cuore, alimenta organi di cui, a volte, si potrebbe fare a meno (senza un occhio, un rene, una mano si potrebbe sopravvivere), questi non potrebbero senza il cuore.
Il battito pulsante di dei grandi ecosistemi naturali può essere visto come una combinazione di caratteristiche cruciali per preservare la vitalità dell’insieme, proprio come gli atri, i ventricoli, le valvole e l’innervazione sono cruciali per mantenere il battito di un cuore.
Le più importanti di queste caratteristiche ecologiche sono l’estensione, la connessione, la diversità e i processi. Messi insieme si avrà quel che chiamiamo «natura selvaggia».
Il tratto selvaggio della natura è una qualità intangibile, forse persino ineffabile, ma non immaginaria. È questione di dimensioni, di funzioni e di una magnifica, imprevedibile complessità fatta non solo di foglie verdi, o di zanne e artigli rossi di sangue. Per un credente una sorta di anima, per uno scienziato una proprietà emergente.
La natura selvaggia non sopravvive in frammenti piccoli ed isolati: un bioparco per quanto esteso non è un esempio di natura selvaggia. Gli zoo saranno anche utili perché insegnano cose sugli animali a chi altrimenti non avrebbe l’opportunità di apprenderle; ma oltre a destare il nostro interesse per essa ma non insegneranno mai cosa davvero sia la natura selvaggia. Questa, nel suo senso più vero, dev’essere vasta, complessa, ricca di interazioni e fuori dal controllo dell’essere umano,
La natura selvaggia, difficilissima da racchiudere in una definizione è, semplificando, la natura vivente, sul pianeta Terra, nella sua forma più vigorosa, libera, integra, dinamica e diversificata. La natura selvaggia è, innanzi tutto, biologica.
Quel che manca ad una tigre in gabbia, ad un piranha in un acquario, o ad un baobab in un orto botanico, sono le quattro caratteristiche cruciali: estensione, connessione, diversità e processi. Ciascuna di esse indispensabile. I processi sono le dinamiche di interazione del sistema, le attività di trasformazione, per esempio, la fotosintesi, l’erbivoria, l’impollinazione, il parassitismo, la competizione, la predazione, la disseminazione e la decomposizione. Le connessioni sono i legami e le interdipendenze che i processi generano tra le creature viventi e i loro ambienti fisici. Connessioni e processi, oltre alla biodiversità, dipendono da un aspetto molto importante, dalle dimensioni del luogo in cui esistono: le estensioni. Ecco perché la frammentazione degli ecosistemi che l’attività umana ha generato, e continua a generare, sono la minaccia più grave alla loro sopravvivenza, creando una sorta di isole ecologiche in mezzo ad oceani di impatto umano, metaforicamente sempre sempre più lontane dalla costa e a rischio di veder diminuire la biodiversità ed aumentare i rischi di estinzione: proprio ciò che accade nelle popolazioni biologiche di isole remote. Quanto più lontane sono queste isole biologiche tanto minore sarà la possibilità di immigrazione, di popolamento, e tanto più piccole quanto maggiore sarà il tasso di estinzione. Ecco perché estensione e connessione sono elementi cruciali della natura selvaggia, e la diversità, è un dono che dipende in larga parte dai primi due.
Il libro, come anticipato, raccoglie vent’anni di reportage per National Geographic, che hanno un denominatore comune: un libro sulle persone impegnate a salvaguardare il battito della natura selvaggia, sulle battaglie che combattono, sulle creature e i processi che cercano di proteggere e sui luoghi che conoscono e che hanno a cuore. Affinché il battito della natura selvaggia non si estingua sul nostro pianeta, indebolito ogni giorno dall’estinzione di massa (si veda la recensione del libro di Elizabeth Kolbert) che Homo sapiens ha iniziato non appena comparso su questo pianeta.
Mantenere le estensioni proteggendole: se un parco nazionale apporta benefici tangibili non solo alla fauna, alla vegetazione e alle altre creature che si trovano attorno, sarà apprezzato nel presente e difeso nel futuro. Potrà conservare la sua natura selvaggia, il suo grande battito ecologico potrà continuare a pulsare, finché sarà permesso di mantenere estensione, connessione, diversità e processi interattivi naturali.
Oggi tutti possiamo compiere il giro del mondo come turisti, raggiungere luoghi resi accessibili dalla tecnologia, viaggi-avventura li chiamano. Ma si tratta quasi sempre di una messinscena costruita come in un parco di divertimenti, confezionata per un’umanità che ha fame d’avventura, disposta ad assistervi perché priva del coraggio necessario per affrontare direttamente il mondo selvaggio.
Ed è quel coraggio che l’Autore ci racconta, rendendo noi uomini, inevitabilmente, nel bene e nel male, parte di questa connessione. Dopotutto, anche noi siamo animali su questo pianeta.
L’essere umano è il problema su questo pianeta, ma è anche l’unica soluzione.
David Quammen

Scrittore e divulgatore scientifico statunitense. Per quindici anni ha curato una rubrica intitolata “Natural Acts” per la rivista Outside. I suoi articoli sono anche apparsi su National Geographic, Harper’s, Rolling Stone, New York Times Book Review e altri periodici. La pandemia del coronavirus l’ha portato alla ribalta mondiale in quanto aveva predetto, già nel 2012, una nuova zoonosi pandemica con focolaio in Cina. Informazioni di dettaglio suo sito personale.
