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“La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile” di Amitav Ghosh

a cura di Giacomo Milazzo

Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire.
E in questo chiaroscuro nascono i mostri
(Antonio Gramsci)

Cambiamento climatico e finzione letteraria
L’impatto che la crisi climatica ha sul mondo della letteratura di finzione, è decisamente inferiore, e di molto, a quello che esiste pubblicamente. In tutte le più autorevoli riviste letterarie in lingua inglese, in quei rari casi in cui il tema del cambiamento climatico appare timidamente in questo tipo di pubblicazioni, si tratta quasi sempre di saggistica; difficile, si direbbe impossibile, che in tale orizzonte compaiano romanzi e racconti. Sembra proprio che la narrativa che si occupa di crisi climatica sia quasi per definizione un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza, e del tipo catastrofico. Scrittori e scrittrici hanno imparentato il cambiamento climatico con gli alieni o le avventure interplanetarie.

Questo circolo vizioso lascia sconcertati.  Se la finzione letteraria è qualcosa di serio, è quanto meno stravagante questa vera e propria assenza di argomenti, cecità, di fronte a minacce che possono cambiare la vita. L’urgenza di un argomento è per sua stessa implicazione seria, e quindi considerando le implicazioni per il futuro del pianeta, il cambiamento climatico dovrebbe essere la principale preoccupazione degli scrittori di tutto il mondo – e così non è.

Perché? Non si tratta di mancanza di strumenti narrativi ma del più generale fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica.

Cambiare. Come?
Le discussioni sul cambiamento climatico sono spesso ammantate da un’aura di irrealtà. Alcune persone ritengono che, per amore di equità, la gente sarebbe disposta ad accettare serie riduzioni dei consumi. Ma applicare riduzioni significa che queste comporterebbero conseguenze negative per alcuni molto più di altri. Il geologo David Archer calcola che, se si volesse raggiungere una soluzione davvero equa del problema delle emissioni, «nel mondo sviluppato sarebbero necessari tagli di circa l’80%. Per Stati Uniti, Canada e Australia, i tagli sarebbero più vicini al 90%». Quest’idea astratta di equità, analogamente all’utopia impraticabile della decrescita felice,  non sarebbe sufficiente a far accettare tagli di questa portata, soprattutto in un mondo guidato dal modello capitalista e dove il perseguimento del proprio interesse è considerato il motore dell’economia.

Volenti o nolenti il mondo è stato forgiato dal concetto di impero, con tutte le sue disuguaglianze. Le odierne disparità di potere fra e all’interno delle nazioni sono con più grandi che mai. E sono strettamente legate alle emissioni di biossido di carbonio. Al cuore della crisi climatica c’è la distribuzione del potere, che costituisce uno dei maggiori ostacoli all’adozione di contromisure, tanto più perché si è restii ad ammetterlo. Si tratta di una criticità ancora più difficile da affrontare delle disuguaglianze economiche e di misure come le compensazioni o i bilanci del carbonio. Quando parliamo di economia abbiamo un vocabolario, invece nell’attuale sistema delle relazioni internazionali non esiste un linguaggio con cui si possano affrontare in modo aperto e sincero questioni legate a un’equa distribuzione del potere.

Per tali motivi non concordo con quanti individuano nel capitalismo la principale linea di faglia nel paesaggio del cambiamento climatico. A me pare che tale paesaggio sia solcato da due fenditure interconnesse ma egualmente importanti, ciascuna delle quali segue una propria traiettoria: il capitalismo e l’impero (quest’ultimo inteso come aspirazione alla supremazia da parte di alcune delle più importanti strutture degli stati più potenti del mondo). Insomma, anche se domani il capitalismo dovesse magicamente sparire, gli imperativi della supremazia politica e militare continuerebbero a rappresentare un grosso ostacolo a qualunque contromisura relativa al cambiamento climatico.

Il capitolo 8 dell’ultima sezione (“Politica”), praticamente in conclusione, è completamente dedicato alla comparazione testuale, lessicale, strutturale e comunicativa del famoso “Accordo di Parigi” e dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”. Documenti entrambi del 2015. È un capitolo semplicemente…meraviglioso.

Premessa
Per le stesse ragioni che hanno portato, a distanza di 15 anni dalla sua prima edizione, a riproporre il libro di Naomi Oreskes ed Erik M. Conway “Mercanti di dubbi”, stavolta dopo 10 anni, riproponiamo il libro di Amitav Ghosh. A dimostrazione di come quelle che molti, appena due o tre lustri fa, definivano fuffa, ipotesi non supportate, pura opinione, sono invece dati di fatto ampiamente dimostrati.

Un classico contemporaneo sul pensiero del clima che interroga direttamente il ruolo degli intellettuali nell’era del cambiamento climatico, invitandoli a immaginare una letteratura capace di accogliere l’imprevisto e il cataclisma.

Recentemente, col il libro di Matteo Motterlini, si è esaminato il tema delle difficoltà cognitive nell’affrontare le crisi ambientali e climatica contemporanee, evidenziando come il cervello umano, evolutosi soprattutto per favorire la sopravvivenza, risulti del tutto inadeguato di fronte a problematiche che si sviluppano gradualmente.

In quest’altro testo, non meno incisivo, si analizzano i motivi per cui letteratura, arti e le nostre narrazioni collettive non riescono a rappresentare il cambiamento climatico, relegando ai margini della cultura l’evento più drammatico della storia recente dell’umanità.

Pensieri sparsi
Con un messaggio rivolto soprattutto a noi, gli occidentali, il libro mette inoltre in evidenza come il continente asiatico sia di fondamentale importanza per ogni aspetto del surriscaldamento globale: cause, implicazioni filosofiche e storiche, e possibilità di una reazione globale. Non ci vuol molto a rendersene conto. Eppure, stranamente, si tende a non riconoscerlo, forse perché il discorso sulle questioni climatiche resta in buona sostanza eurocentrico. Per questo è necessario illustrare punto per punto le ragioni della centralità dell’Asia nella crisi climatica, anche a costo di dire delle ovvietà. E il motivo sta innanzi tutto nei numeri a confronto. Lo si comprende appieno rivolgendo lo sguardo al futuro: se pensiamo a dove vivono coloro che più hanno da temere dai cambiamenti in corso in tutto il pianeta, ci accorgiamo che la grande maggioranza delle vittime potenziali si trova in Asia.

L’Autore esamina una delle questioni fondamentali della nostra epoca, integrando analisi storica, critica letteraria e riflessione personale. Secondo la sua esposizione, la modernità ha generato una concezione di «realismo» caratterizzata da una forte fiducia nella razionalità e nel progresso, che tende a escludere l’eccezione e il disastro: tutto ciò lascia fuori dalle sue pagine il mondo naturale, la scala planetaria. Generando quindi una sorta di cecità culturale che ci impedisce di immaginare davvero la crisi climatica, quella ambientale e gli eventi estremi che ne derivano. Il cambiamento climatico deve essere portato a livello di tema per scrittori, lettori e cittadini, globalizzato, non solo ambito di scienziati o attivisti. Le catastrofi devono poter essere narrate, immaginate, altrimenti non potranno essere affrontate.

A distanza di dieci anni appare evidente come le conseguenze della grande cecità non sono più prospettive lontane e ipotetiche, ma si manifestano in una serie di emergenze concomitanti, che si amplificano a vicenda. Uragani, incendi, ondate di calore, inondazioni, eventi estremi sempre più frequenti, nonostante il loro potere devastante sono ben lontani dall’essere al centro dell’attenzione e il cambiamento climatico, assieme alle molteplici crisi ambientali a cui si accompagna – estinzioni, perdita di biodiversità, diffusione di nuovi germi patogeni – non sono più sotto i riflettori. Come potrebbero competere i disastri ambientali, a cui assistiamo, quale che sia la loro gravità, con un genocidio in diretta e con l’incombente prospettiva di una terza guerra mondiale?

Quando fu pubblicata la prima edizione, nel 2016, la situazione sembrava meno disperata. L’anno prima si era svolta 21a “Conferenza delle parti” (COP), conclusa la firma dell’Accordo sul clima di Parigi da parte di 194 paesi più l’Unione Europea, accolto allora con grande entusiasmo dalla maggior parte delle persone che si occupano di questi temi. Sembrava davvero un passo avanti nella giusta direzione.

Nessuno allora poteva immaginare che quel barlume di speranza si sarebbe spento così rapidamente.

Il patto sul clima venne firmato nell’aprile 2016, e sette mesi dopo Donald Trump venne eletto presidente degli Stati Uniti. La contiguità fra i due eventi non fu una coincidenza: per Donald Trump e i suoi sostenitori il cambiamento climatico non era che un ulteriore fronte delle guerre culturali in corso negli Stati Uniti, e l’opposizione all’Accordo di Parigi era uno dei punti chiave del suo programma elettorale. Per la gioia della sua base politica, Trump decise ben presto di ritirarsi dall’Accordo, sferrando un colpo fatale al patto, nonché all’intero istituto delle COP, che ormai sopravvive solo come istituzione zombie, controllata da miliardari e dalla lobby dei combustibili fossili. Così, per esempio, alla COP di Dubai del 2023, la delegazione dei 2456 lobbisti dei combustibili fossili era di gran lunga più numerosa di ogni altra delegazione; e alla COP di Baku, Azerbaijan, nel 2024, i lobbisti dei combustibili fossili erano più dei delegati dei dieci paesi più esposti al cambiamento climatico. Il fatto che questi incontri siano ora regolarmente ospitati da stati produttori di petrolio è ancora più significativo.

La pandemia di Covid-19 tra le tante conseguenze ebbe anche quella di silenziare, in un certo qual modo, il movimento di protesta e presa di coscienza delle cause antropogeniche del cambiamento climatico. Gli effetti sociali e politici della pandemia sono stati, se possibile, ancora più devastanti in quanto fu inferto un duro colpo alla fiducia della collettività nella conoscenza scientifica e accelerato la diffusione di dicerie e teorie del complotto.

Da un punto di vista sociologico ed antropologico l’Autore evidenzia come siano le diseguaglianze geopolitiche ad essere le cause principali della crisi planetaria, perché ad oggi sono tuttora sempre e soltanto gli imperativi geopolitici a prevalere sulle preoccupazioni ambientali. Prova ne siano l’impatto quasi nullo che le COP o le prese di posizione della comunità scientifica hanno sulla classe dirigente; persino le iniziative come l’istituzione del “Fondo verde” dell’ONU per il clima: istituito per aiutare i paesi del Sud globale ad adattarsi al cambiamento climatico, non è mai riuscito a raccogliere nulla perché i ricchi paesi occidentali sono venuti meno alle loro promesse, accampando ragioni di bilancio o altre priorità. Eppure, constatazione amara, all’indomani del conflitto in Ucraina quegli stessi paesi hanno avuto ben poche difficoltà a trovare somme molto più consistenti per le spese militari, secondo le direttive geopolitiche vigenti riassunte dalle parole di Boris Johnson, allora premier del Regno Unito: «Se cade l’Ucraina, sarà una catastrofe per l’Occidente; sarà la fine dell’egemonia occidentale».

Puntando il dito sulla temuta prospettiva della fine della secolare egemonia l’Autore si trova quindi quasi costretto a definire lo stato delle cose come «cecità geopolitica». Cosa che forse non sorprende, visto che nel trentennio fra il 1990 e il 2020 la supremazia occidentale era giunta a imporsi a un livello senza precedenti nella storia umana. Col dissolversi dell’Unione Sovietica, l’Occidente, capitanato dalla cosiddetta Anglosfera – i paesi madrelingua inglese – non aveva più rivali significativi né sfide militari o ideologiche da affrontare, trovandosi di fatto in una situazione totalmente inedita. Nel Settecento e nell’Ottocento gli imperi europei dovevano invece vedersela con ottomani, cinesi e russi. Inoltre, e ancor più nel secolo successivo, le maggiori potenze occidentali erano costantemente in guerra fra loro. Ciò significava che in nessun momento nessuna singola potenza era in grado di esercitare un dominio assoluto, neppure dopo la Seconda guerra mondiale.

Per arrivare quindi all’oggi, dominato da uno scontro frontale fra due impulsi storici opposti e contraddittori: da un lato la supremazia imperiale e dall’altro la decolonizzazione. La prima ha permesso a una minuscola minoranza della popolazione mondiale di appropriarsi di una quota assolutamente sproporzionata delle risorse della Terra a spese dalla maggioranza delle persone (inclusi molti dei loro stessi cittadini). La seconda, d’altro canto, ha portato a una enorme espansione delle economie del Sud globale, sebbene anche in questo caso a spese di gran parte della sua stessa popolazione. Come temeva Boris Johnson, l’egemonia occidentale è agli sgoccioli.

Le società occidentali, al pari del mitologico Sisifo, si accollano la fatica di perseguire l’obiettivo irraggiungibile di continuare a estrarre la stessa quota sbilanciata di risorse. E numerosi esponenti dell’élite politica occidentale sembrano aver deciso che, se l’unico modo di conservare i propri privilegi storici è seminare il caos nel mondo, ben venga il caos, in una rivisitazione del cambiare tutto per non cambiare niente de “Il Gattopardo”. Tuttavia, come dimostra chiaramente la sempre maggiore polarizzazione politica negli Stati Uniti e in Europa, questa strategia si va ritorcendo contro l’Occidente.

Per l’Autore ci troviamo, in altre parole, in un momento di molteplici crisi e transizioni intrecciate fra loro: della geopolitica, delle strutture finanziarie e, ciò che più conta, di equilibri ambientali ed ecologici che stanno lentamente ma ineluttabilmente spingendo il pianeta verso la catastrofe. Non stupisce quindi che una delle citazioni che oggigiorno ricorre più frequentemente sia un famoso aforisma di Antonio Gramsci: «Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri».

Sono queste diseguaglianze il cuore del dramma mostruoso che abbiamo di fronte: coloro che cercano di preservare i propri privilegi storici e coloro che non solo sono determinati a opporvisi ma hanno anche i mezzi per farlo. E poiché quei privilegi storici, come pure i mezzi per opporvisi, dipendono in gran parte dall’uso dei combustibili fossili, il risultato è una doppia spirale che continuerà a generare eventi anomali sempre più mostruosi, mediante processi che non sono né esclusivamente politici né esclusivamente ambientali, bensì l’una e l’altra cosa contemporaneamente.

Amitav Ghosh
Amitav Ghosh

Scrittore e antropologo. Nato a Calcutta, è cresciuto tra India, Bangladesh e Sri Lanka. Ha conseguito un PhD in antropologia sociale a Oxford, attualmente vive tra la sua città natale e New York. Per lungo tempo ha insegnato scrittura creativa alla Columbia University di New York ed è stato corrispondente per il New Yorker. Considerato «uno dei più grandi scrittori indiani» i suoi libri sono stati tradotti in più di trenta lingue e hanno vinto molti premi, fra cui nel 2018 il Premio Jnanpith, il più importante riconoscimento letterario indiano. Ha ricevuto quattro lauree honoris causa. In Italia per Neri Pozza ha pubblicato: Il paese delle maree (2005, beat 2020), Circostanze incendiarie (2006), Il palazzo degli specchi (2007, beat 2022), Mare di papaveri (2008, beat 2011), Il cromosoma Calcutta (2008, beat 2013), Lo schiavo del manoscritto (2009), Le linee d’ombra (2010, beat 2017), Il fiume dell’oppio (2011, beat 2017), Diluvio di fuoco (2015, beat 2017),  L’isola dei fucili (2019, beat 2021), Jungle nama (2021). La maledizione della noce moscata. Parabole per un pianeta in crisi (2022), è una storia di conquista e sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente.