
a cura di Giacomo Milazzo
«i vegetali costituiscono la stragrande maggioranza della biomassa terrestre, pari a circa 450 su 550 Gton di carbonio (circa l’82% del totale)»
«due terzi della diversità minerale della Terra dipendono dalla presenza
di ossigeno libero e quindi in ultima analisi dagli organismi fotosintetizzanti»
Piante intelligenti che comunicano tra loro, foreste interconnesse che ragionano, alberi che si prendono cura dei propri figli, società vegetali più giuste della nostra. La narrazione di questi ultimi anni, con precursori illustri come Tolkien, installazioni artistiche, fumetti e bestseller, si è imposta in modo accattivante: quella delle piante come esseri straordinariamente sensibili, dotati di una forma di coscienza al pari degli animali o degli esseri umani. Esposizioni queste di sicuro successo perché rispondono al bisogno teleologico innato negli esseri umani, alla ricerca di un’antropomorfizzazione del mondo biologico laddove e fin dove possibile: ciò che ci fa sentire al sicuro da un lato e che ci porta ad abbracciare, non metaforicamente, gli alberi, fino a difenderli ad oltranza ad esempio, in contesti soprattutto urbani, anche quando siano in pericolo di crollo.
E in tutto ciò sono state spesso protagoniste persone appartenenti al mondo della scienza, a volte direttamente, che hanno immediatamente ricevuto critiche, anche aspre, per l’uso di un linguaggio metaforico e audace nel descrivere le capacità delle piante, portando a ritenere che le esagerazioni siano state volute in mala fede, alla ricerca del famoso click in più od a favorire la vendita di libri a cavallo tra la divulgazione scientifica e la mancanza di solide prove scientifiche a sostegno.
Ma questa visione, per quanto seducente, è scientificamente problematica. Le piante, come qualsiasi vivente, non si evolvono per un fine, non ragionano, non hanno coscienza: certo sentono, rispondono a stimoli ambientali in modi anche estremamente sofisticati, ma non nel senso che si lascia intendere in certa letteratura.
In questo caso c’è una complicazione in più: il fatto che questi scenari affascinanti siano stati proposti, soprattutto in tempi recentissimi, da ricercatori, scienziati e addetti ai lavori, catturando l’immaginario di tantissime persone e riempiendolo di idee pop-filosofiche, se non del tutto mitologiche. Tutto ciò ricorda da vicino, in una curiosa coincidenza di tempi, quanto sta accadendo al mondo dell’AI e dei Large Language Model, di cui abbiamo trattato nelle recensioni del libro di Ananthaswamy ed in quello di Quattrociocchi-Cinelli: assegnare senzienza a qualcosa che non è fatto per averne o perlomeno, mitigando il giudizio, per averne nel senso che normalmente intendiamo.
Con rigore e chiarezza, l’Autore smonta le attuali fortunate mitologie sulla vita vegetale. L’attribuzione di comportamenti antropomorfi al mondo vegetale non costituisce esclusivamente un errore scientifico: rappresenta anche un’operazione ideologicamente controversa che implica una forma latente di antropocentrismo. L’evoluzione non segue una gerarchia; non è necessario considerare le piante come animali verdi. È importante invece capirne la diversità attraverso i reali meccanismi che la determinano, e non tramite interpretazioni basate su prospettive umane.
Supportato dal confronto con molti esperti del settore, l’autore rappresenta accuratamente i processi naturali e biologici, evidenziando la particolarità del mondo vegetale; e dimostra inoltre che, pur essendo pratiche utili, le narrazioni semplificate e il ricorso continuo a metafore rischiano di non cogliere appieno la complessità della realtà.
Ecco spiegato il filo conduttore che analizza il linguaggio della divulgazione scientifica e la necessità di cambiare narrazione, anche a costo di andare controcorrente. Comunicare la scienza è una cosa seria, occorre trasmetterla in modo informato, fuori dalla ricerca del mito e delle mode e che rimanga ancorata al consenso scientifico, consapevole delle proprie responsabilità nei confronti del pensiero comune.
Da appassionato di scienza che ha curiosato un po’ dappertutto, ciò che innanzi tutto mi ha favorevolmente colpito è quanto l’Autore definisce «la costruzione delle quinte», ovvero tutto ciò che precede gli ultimi due capitoli e l’epilogo, ovvero il quinto ed il sesto. Chi ha conoscenza, anche solo a livello divulgativo, di biologia, evoluzionismo, paleontologia, storia della Terra e chi più ne ha più ne metta, leggendo che il fulcro, il nucleo portante, è in questi due capitoli, potrebbe essere tentato di saltare a piè pari i primi quattro, e persino l’Autore non nasconde la possibilità di farlo, per poi magari tornare indietro all’inizio. Non credo di esagerare affermando che più o meno tutti potrebbero limitarsi alla lettura del quinto e del sesto capitolo. Ma a parte l’ovvia ragione che se l’Autore ha prodotto anche i capitoli precedenti, riconoscendogliene almeno gli oneri del farlo, sarebbe come assistere ad un film al tempo in cui si poteva entrare in sala in qualsiasi momento: non tanto perché non se ne comprenderebbe la trama, per lo meno per chi già è a conoscenza del necessario, quanto perché si perderebbe il piacere di assistere, passo dopo passo, ad una narrazione ottimamente condotta: verso il centro di un labirinto, con svolte, incroci e vicoli ciechi, in un viaggio emozionante e più che interessante.
Nei primi quattro capitoli troviamo infatti innanzi tutto un bel libro di biologia generale, quasi un manuale per licei, o meglio un testo a corollario del manuale, come quelle famose “letture di scienze” che ci consigliava l’insegnante. Si racconta della vita, delle condizioni necessarie pressoché uniche del nostro pianeta, un’interminabile serie di eventi contingenti, dalle sue origini alle specializzazioni; di evoluzione e selezione naturale, facendo anche storia della scienza, botanica, paleontologia o meglio, paleobotanica, geologia, fisica e chimica e persino un po’ di climatologia, che di questi tempi non guasta mai. Tutto ciò sempre in perfetto equilibrio tra l’aspetto didattico e quello narrativo di questo affascinante viaggio interdisciplinare dove la biologia, e la botanica sua figlia, diventa il punto di convergenza.
Il nucleo portante, lo ripeto, sono i capitoli quinto e sesto. Ma tutto il resto è essenziale per capire come si è arrivati a un duello scientifico, talora anche molto acceso, tra due visioni del mondo quasi opposte: citando l’Autore, ciò che ruota attorno alla scrittura di questo libro è così espresso: «Le due più importanti teorie scientifiche della biologia, l’evoluzione e l’ecologia (o i diversi approcci alle stesse teorie) cercano qui di incontrarsi e integrarsi più completamente di quanto non facciano ora, fino a diventare una specie di Sacro Graal o di “teoria del tutto vegetale”». Una guida preziosa, ricca di risposte.

E arriviamo dunque al punto centrale, che conferma ciò che ho sempre pensato, ovvero che la realtà possiede più meraviglia della fantasia. Tuttavia, va ricordato che l’intera questione è ancora ben lontana dall’essere scientificamente comprovata o definitiva, e dipendente da una progettazione sperimentale rigorosa per svelare le vere capacità delle piante.
Oltre alle meraviglie illustrate dall’autore, la proposta di una interpretazione del mondo vegetale radicalmente diversa rispetto alla botanica tradizionale richiede una struttura più solida e complessa per poter essere pienamente accolta; si rendono necessari ulteriori approfondimenti, anche su aspetti teorici meno esplorati, senza però stravolgere il quadro teorico generale, quello cioè basato sulla Teoria dell’Evoluzione.
Parafrasando il titolo del forse più famoso libro del compianto Frans De Waal, se non siamo nemmeno così intelligenti da capire l’intelligenza di un animale, potremo mai scoprire se esista davvero un’intelligenza vegetale? Se poi definiamo l’intelligenza come la capacità di affrontare problemi ambientali e di adattare il comportamento in risposta a essi, allora ogni essere vivente può essere considerato intelligente: persino protozoi e batteri mostrano comportamenti che li aiutano a evitare aree pericolose o illuminate, e a dirigersi verso fonti di cibo, o verso la luce se sono fotosintetici.
Il quinto capitolo, ricco di aneddotica vegetale spesso sorprendente e affascinante, esplora il significato stesso del termine intelligenza, se applicato alle piante, applicato a varie categorie. Per chi la nega l’uso del termine è troppo generico per assumere un qualche valore: termine inflazionato per definire l’elaborazione delle informazioni, come nei computer. Ma se dobbiamo descrivere quello che accade all’interno del cervello di un animale, o addirittura dell’uomo, abbiamo bisogno di qualcosa di diverso, di più specifico. Utilizzare quindi la parola intelligenza così liberamente può indurre a facili entusiasmi, può sviare dal discorso generale. E si capisce perché anche gli stessi botanici siano contrari all’uso di questa parola rispetto alle piante. Ma un minimo di intelligenza volendo, non la si nega a nessuno, nemmeno ad uno smartphone (nomen omen), e che dire della già citata AI?
Ma se, come sostengono i vari scienziati citati, le piante sono dotate di cognizione, sono quindi anche in grado di fare esperienza, sono senzienti, provano piacere o dolore? Sono…coscienti? Ed è questo uno dei punti in cui l’Autore dimostra ottimamente come si fa divulgazione e comunicazione scientifica vera, e soprattutto seria: non si formulano giudizi, né negativi né positivi, ma si cerca semplicemente di dividere i campi in coloro che propongono nuove ipotesi e chi ha bisogno di prove più solide per essere convinto. Il progresso della scienza va avanti così.
Arriva infine il sesto capitolo, dedicato al secondo paradigma fondamentale: l’ecologia. Ma non essendo un libro che racconta soltanto di ecologia, proprio come fatto nel capitolo precedente, si approfondirà l’aspetto più rivoluzionario, interessante, stimolante e contestato dei rapporti tra i viventi. Il dialogo, ancorché elettrochimico o biochimico, che avviene tra funghi ed alberi, prendendo come scenario l’ambiente più ricco di biodiversità che si possa immaginare, una foresta. Un dialogo scoperto da relativamente poco tempo ma iniziato centinaia di milioni di anni fa, che si inserisce alla perfezione nel continuo scambio di materiale e informazioni tra tutte le specie all’interno dell’ecosistema.
Infine, il capitolo finale: un’indagine sul linguaggio della divulgazione, evidenziando come metafore consolatorie e mode narrative tradiscano la complessità reale della natura, con il suo equilibrio tra cooperazione e competizione. E sarà raccontato con tantissimi esempi che condurranno da entusiasmi mal riposti in scenari affascinanti alla cruda realtà datocratica della scienza. Così come necessario per i contenuti antiscientifici o pseudoscientifici, per le fake news, anche nei casi raccontati, scontri tra pensatori e diatribe scientiche al limite dell’ideologia, non basta semplicemente smentire, mostrare grafici e dati, chiamare in causa il consenso della comunità scientifica, ribadire il ribadito: non basta perché si rischia di generare polarizzazione, convincendone qualcuno ma lasciando molti altri ancor più radicalizzati e contro. Occorre invece smontare l’informazione errata, fuorviante, o semplicemente incompleta e affrettata, spiegandone i contenuti per identificarne velocemente la fallacia.
È un lavoro arduo e complesso, ma occorre fornire gli antidoti. Non basta dire è falso: come in un processo penale la difesa non si limita ad affermare la falsità dell’accusa, ma la smonta e la ricostruisce, con tenacia e pazienza, fino a dimostrarlo inequivocabilmente. E anche se in termini assoluti si potranno convincere una minoranza sarà comunque una vittoria del metodo scientifico. Pur rischiando di predicare ai convertiti.
Per usare le parole dell’Autore: «La conclusione di questo libro, quindi, non risiede in una sterile vittoria dei “fatti” sulla “metafora”. Sarebbe una vittoria di Pirro, che lascerebbe il pubblico con la fredda correttezza dei dati, ma senza il calore e il significato di una visione del mondo. La proposta alternativa, molto più ambiziosa, è quella di usare i fatti scientifici non come pietre per demolire l’edificio narrativo esistente, ma come mattoni per costruirne uno più vasto, solido e, in definitiva, più affascinante».
Alberi, erbe, cespugli e tronchi caduti, circa l’82% della biomassa totale con 450 su 550 Gton di carbonio, costituiscono un microcosmo caratterizzato da numerose connessioni, interazioni, contrasti, forme di cooperazione e conflitti sotterranei. È necessario applicare il principio del dubbio scientifico anche in questo contesto, come in tutto il libro. Le teorie che appaiono particolarmente attraenti devono essere trattate con cautela e sottoposte a rigorosi controlli, esami e verifiche. Se, al termine di un accurato processo di verifica scientifica, le ipotesi risultano effettivamente affidabili, si ottiene una maggiore completezza e solidità, accrescendo il valore scientifico della teoria. Ciò permette di comunicare con maggiore autorevolezza una visione innovativa e collaborativa del mondo.
Al momento, quello della visione di una foresta esclusivamente altruista, o di eclatanti proprietà che sembra consentano alle piante di esercitare libero arbitrio, non disponiamo ancora di evidenze sufficienti per annoverarle in una teoria scientifica confermata.
Tra il tutto e il niente c’è sicuramente una zona di confine, il gradualismo dell’evoluzione la implica necessariamente: esistono esseri che hanno i più vaghi accenni di qualcosa di simile all’esperienza. Ma chi o cosa occupa quella zona di confine? Sono in molti a dubitare che possa trattarsi di piante, e il motivo è evoluzionistico: non perché ciò che esse fanno sia semplice rispetto a ciò che fanno gli animali, ma perché hanno imboccato una via diversa. Forse, semplicemente, a cominciare dal fatto che stanno ferme, le piante non ne hanno bisogno.
Ma ciò non significa che le nuove, singolari e sorprendenti prospettive illustrate nel libro, debbano essere scartate e dimenticate; è possibile dar loro spazio in una visione più ecologicamente solida. Una realtà più difficile da comprendere ma enormemente più ampia e sorprendente. La vera sfida non sta tanto nel decidere tra fatti e narrazione, quanto nel saper incorporare i fatti in una storia ancora più coinvolgente. Non si vuole cancellare la magia, ma piuttosto rivelarne una più profonda e genuina, sottolineando che la natura merita stupore e rispetto proprio perché è diversa da noi.
Rampicanti – da “La grande cecità” di Amitav Ghosh
Nel mio giardino cresce un rigoglioso rampicante che tenta regolarmente di aggrapparsi a un albero distante parecchi metri «protendendosi» verso di lui con un viticcio. Ciò non avviene a caso, perché i viticci sono sempre indirizzati nel verso giusto e germogliano proprio nei punti da cui il rampicante ha la concreta possibilità di colmare la distanza: se si trattasse di un essere umano, diremmo che sta prendendo la mira. Ciò m’induce a pensare che il rampicante stia, in un certo senso, «interpretando» gli stimoli che ha intorno, forse le ombre che gli passano sopra, o le correnti d’aria. Quali che siano gli stimoli, la «lettura» che ne fa il rampicante è evidentemente abbastanza precisa da consentirgli di sviluppare un’«immagine» di ciò verso cui «si protende»; qualcosa di non dissimile dalle telecamere termografiche nelle armi e nei robot.
Pensare come una foresta significa dunque, come dice Kohn, pensare per immagini.
Le parole dell’Autore – estratto dall’Introduzione
Diverse visioni
«Questo libro è in parte un viaggio in quel labirinto che è una foresta; per estensione, nei suoi singoli componenti. Ma soprattutto è il racconto del tentativo della scienza di spiegare cosa accade in una raccolta di alberi, arbusti, cespugli, fiori, muschi e funghi. Altri, moltissimi, l’hanno già fatto, con vari risultati. E quindi, cosa mi ha spinto, da divulgatore, ad affrontare questo percorso? Un passo indietro è necessario. Nel primo quarto del Ventunesimo secolo si stanno scontrando due punti di vista scientifici quasi completamente diversi su che cos’sia un organismo vegetale e, secondariamente, gli ecosistemi costituiti da tutte le specie in grado di fare la fotosintesi. A queste si aggiungono le migliaia di altre specie che le hanno accompagnate negli oltre 3 miliardi e mezzo di anni di vita sulla Terra. I due mondi scientifici raccontano le stesse cose, gli stessi comportamenti, ma hanno un’interpretazione del tutto opposta delle ragioni profonde, delle spinte e degli “scopi” in base ai quali le piante fanno quello che fanno. Proprio contrasto tra queste visioni è il nucleo del libro.
Ma, prima di arrivare al punto centrale del dedalo, sarà necessario capire come la natura e l’evoluzione abbiano costruito tutti gli organismi “verdi”. Per farlo è doverosa da parte del lettore un po’ di pazienza, condita da una piccola infarinatura di evoluzione, di botanica “classica” e di storia delle specie vegetali. Sembrerebbero una lunga deviazione dal nostro percorso principale, ma è una porta di entrata cruciale dell’intero libro. Questo perché la storia della vita vegetale sul pianeta ci porterà a capire, soprattutto, perché i vegetali siano così lontani da noi animali; nella struttura, nelle strategie di sopravvivenza, nel ciclo di vita, nella loro “filosofia”. A partire dalla loro scelta, miliardi di anni fa, di vivere con un approccio all’energia totalmente opposto rispetto alle loro controparti. Scopriremo come animali, funghi e batteri (almeno, la maggior parte di essi) si siano assicurati un posto sul pianeta solo alle spalle del mondo verde. Sono le innovazioni evolutive dei vegetali che hanno lentamente ma profondamente rivoluzionato singoli ecosistemi terrestri e in alcuni momenti l’intero pianeta. Spesso lo hanno fatto semplicemente riutilizzando e integrando percorsi metabolici precedenti. Questi salti di complessità, queste invenzioni evolutive, sono alcune di quelle che John Maynard Smith ed Eörs Szathmáry hanno chiamato The major transition in evolution, in un ormai classico libro del 1998.
Chi ha una buona conoscenza della botanica e dell’evoluzione della fotosintesi, della storia degli enti biologici sulla Terra e dei meandri percorsi dal fenomeno-vita, i primi quattro capitoli potrebbero sembrare interessanti ma non del tutto indispensabili. Ma chiedo anche a loro di entrare nel dibattito attraverso la porta principale. Potreste scoprire curiosità interessanti.
Nel primo capitolo entrano i protagonisti della storia. Racconteremo come si è arrivati alla costruzione delle due vie parallele di sfruttamento dell’energia, a due stili di vita e sopravvivenza completamente diversi, e di come sia avvenuta la rivoluzione. Il punto fondamentale è stata la conquista di una via diretta che lega gli organismi alla fonte primaria di energia del pianeta, il Sole.
Nel secondo seguiremo l’aumento di diversità della vita sulla Terra e la nascita di organismi più complessi, e di come l’unione sempre più stretta tra esseri viventi differenti abbia portato alla nascita dell’odierna pletora di specie attuali. Fa la sua comparsa un fenomeno fondamentale, la simbiosi tra organismi diversi. All’enorme varietà di batteri e archea si sono aggiunti quelli che i biologi chiamano eucarioti. Contemporaneamente si definirono sempre più nettamente i due percorsi (animali e vegetali, per semplificare) di utilizzo delle energie.
Nel terzo capitolo seguiamo la sorte delle due strade parallele di piante e animali sulla terraferma, con la nascita di corpi sempre più complessi e di ecosistemi man mano più ricchi di specie e quindi interazioni tra esse. Entrano, da coprotagonisti, anche i funghi, avanguardia della vita sulla terraferma.
Il quarto capitolo traccia il destino della vegetazione; che a questo punto ha occupato quasi tutta la Terra, con alterne vicende legate alle modifiche del clima e della posizione dei continenti. Nasce la struttura “foresta” come la conosciamo oggi. I funghi assumono un ruolo fondamentale.
Il centro del tema.
Abbiamo costruito le quinte della nostra rappresentazione. Nella quale i due capitoli, il quinto e il sesto, sono il nucleo del labirinto di cui sopra. Fortunatamente non ci aspetta un Minotauro, ma un aspetto fondamentale per il nostro discorso e per il libro che avete in mano.
Nel quinto capitolo ci stacchiamo dalle vicende dell’evoluzione e cominciamo a chiederci come la storia naturale e le teorie scientifiche spieghino il comportamento delle specie. Quali sono le strategie che i tre protagonisti principali, funghi, animali e piante, usano per sopravvivere? Come affrontano gli eventi di tutti i giorni i vegetali e gli animali? Lo fanno allo stesso modo? Cosa significa “agire” per un fagiolo, un porcino o un insetto? Ed “elaborare i dati”, “comunicare”, o “pensare”, sono categorie che si applicano ai due approcci diversi? Gli animali lo fanno, e ci abbiamo messo un po’ di tempo per chiarire solo questo, perché non potrebbero farlo anche le piante? Cercheremo di capire qui se siano scientificamente robuste le nuove ipotesi/teorie – nate come detto all’inizio del secolo – che attribuiscono ai vegetali caratteristiche che pensavamo limitate agli animali. Com’è iniziato il contrasto tra due visioni molto differenti del mondo vegetale? Accennerò anche all’influenza di questa nuova botanica ad ambiti culturalmente anche molto diversi, dalla letteratura al cinema al cosiddetto “immaginario collettivo” fino alla filosofia vera e propria.
Nel sesto capitolo allarghiamo ancora di più la prospettiva. Dalla singola pianta ci guardiamo attorno, per ricostruire quali siano i rapporti tra individui e specie, e come la biologia spieghi cosa accade quando esseri diversi entrano in contatto e hanno interessi differenti, spesso contrastanti. Ne scaturisce sempre un conflitto? La lotta tra individui o addirittura specie è continua e senza quartiere, come si dice affermi la teoria evolutiva “classica”? La nuova botanica cui abbiamo accennato ha idee diverse, e pensa che la competizione sia solo uno dei metodi – e neppure il più importante – con cui le specie interagiscono. In realtà, il mondo vegetale sarebbe fatto più di simbiosi, di cooperazione, di altruismo, di cessione di informazioni e nutrienti. Con scelte precise da parte delle piante verso quale individui aiutare e come.
In questi due capitoli spiego come gli studiosi facciano un tentativo audace e a loro parere rivoluzionario. Le due più importanti teorie scientifiche della biologia, l’evoluzione e l’ecologia (o i diversi approcci alle stesse teorie) cercano qui di incontrarsi e integrarsi più completamente di quanto non facciano ora, fino a diventare una specie di Sacro Graal o di “teoria del tutto vegetale”. La ragione principale della scrittura di questo libro gira attorno a queste teorie scientifiche.
Forse ciò che ho definito difficoltà nel capire un ecosistema complesso e integrare ecologia ed evoluzione ha travolto anche alcuni degli studiosi; essi ritengono doveroso spiegare molti aspetti che ancora non si capiscono con un cambio totale di paradigma scientifico, come si usa dire. I “meccanismi fissi” della biologia vegetale classica, con questo muovo modo di vedere rampicanti e foreste, sono diventati azioni, reazioni e “pensieri” da parte dei singoli alberi o cespugli o rampicanti.
Si attribuiscono, a comportamenti comuni, interpretazioni completamente nuove. Tra queste, soprattutto una complessa elaborazione dei segnali e azioni coerenti. Fino a usare ed elaborare scientificamente parole come agentività, comunicazione, coscienza e altre. Il passo successivo è che gli alberi ‒ o almeno alcuni di essi ‒ abbiano capacità di pianificazione e collaborazione continua, quasi altruistica nel senso più biologico del termine; vedremo quale sia. Qui il nuovo approccio (il nuovo paradigma, appunto) va però a scontrarsi con una solida impostazione darwiniana, nel senso classico ‒ ancorché restrittivo ‒ della vita e della biodiversità. Secondo la quale, lo ripeto, i comportamenti dei viventi sono il risultato principalmente dell’evoluzione per selezione naturale. Un processo, solo in apparenza spietato, che ha costruito per i vegetali una serie di comportamenti definibili quasi automatici. Sono, dicono gli studiosi più cauti, reazioni di estrema complessità e flessibilità, più che sufficienti per rispondere alle sfide della vita. E, aggiungono quando si tratta dei rapporti tra le specie, è impossibile dimenticare la competizione, sia tra individui della stessa specie sia con altri di specie diverse .
La nuova botanica accennata sopra, che unisce un approccio scientifico a suggestioni provenienti da mondi culturali diversissimi, potrebbe essere il grimaldello per cambiare profondamente un’impostazione ormai datata delle dinamiche della vita? Sarà sufficiente “concedere” ai vegetali proprietà di altri gruppi di viventi per vedere una foresta con occhi nuovi? O questa diversa e per certi versi rivoluzionaria impostazione è un’esagerazione e una concessione agli alberi di caratteristiche non proprie? Proprio in questa visione del verde sta (l’apparente) fascino della nuova scienza dei vegetali. Il fascino di queste idee ha superato i confini della scienza stessa, per influenzare ambiti decisamente lontani, dalla letteratura al cinema alla filosofia, fino a entrare quasi nel senso comune (l’ultima occasione in cui ho visto una citazione a questa “nuova botanica” è addirittura in un diffusissimo settimanale di enigmistica). Libri, film, saggi, pièce teatrali, danze e altro hanno preso ispirazione da una visione del mondo vegetale rivoluzionaria. Forse con un po’ troppo entusiasmo, a detta di chi le piante le studia da molto tempo. I proponenti dicono che sia un tentativo di fare capire come l’immobilità degli alberi e il silenzio della foresta non corrisponda affatto ad assenza di azione e di intenzioni. Sarà vero? O il tutto è un’eccessiva fuga in avanti? I botanici “classici” sono convinti che la loro scienza sia più sufficiente per spiegare tutto, e che i principi cui accennavamo prima, selezione naturale in primis, debbano essere tenuti presenti, quando si cerca di spiegare cosa accade in natura. Sono immobili nelle loro vecchie posizioni, sono difensori di un ordine costituito e da superare? Ho cercato di spiegare che non è così. Ecco perché, visto l’appeal e quindi l’onnipresenza del primo campo, nel libro c’è anche la loro voce.»
Marco Ferrari

Marco Ferrari è biologo e giornalista. È stato ricercatore di psicofarmacologia, per poi passare alla divulgazione giornalistica e scientifica. Ha svolto attività di redazione e direzione presso riviste naturalistiche e scientifiche («Oasis», «Terra», «Focus Junior», «Geo», «Asferico») ed è stato caposervizio scienza di «Focus». È articolista per quotidiani, settimanali e mensili, cura enciclopedie e documentari, traduce e scrive libri. Tra i suoi testi: L’evoluzione è ovunque (2015) e Come costruire un alieno (2021).
Presentazione del libro
Il fatto quotidiano – Intervista all’Autore
4 marzo 2026
INDICE
Introduzione
Prologo. Bada a come parli!
I. Due vie parallele
II. «So happy together…»
III. Per fare un albero
IV. Arrivano le foreste
V. Intelligenza verde
VI. Il sussurro della foresta
Epilogo. Parole verdi
A corollario
Il cuore selvaggio della Natura di David Quammen
Vegetale. In che senso? – Prima parte
