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“L’estate spezzata. Storie dalla tragedia della collina Timpone a Senise, 26 luglio 1986″ di Mariapaola Vergallito

a cura di Giacomo Milazzo

Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere.
José Saramago
34 milioni di italiani vivono in aree a rischio di pericoli di varia tipologia: 8 a rischio idrogeologico per frane e alluvioni, 4 per rischi vulcanici, 22 in aree ad alto rischio sismico, di cui 3 in zone di massimo pericolo
Fonte ISPRA

Dopo aver commemorato i 50 anni dal terremoto del Friuli con il bel libro di Giada Messetti è doveroso dare spazio a quest’altro prezioso contributo che ci ricorda un altro dei problemi geologici endemici del nostro paese.

Sono passati 40 anni dalla frana di Senise (PZ) che strappò via vite umane e abitazioni. E di questa catastrofe, come di qualunque altra, non devono essere i numeri a stabilirne la gravità: il dolore non è misurabile. Dietro a essi ci sono persone, donne, uomini e bambini con storie, sogni, voglia di futuro interrotti. E per ogni vittima altre persone che da quel momento hanno vissuto e vivono una mancanza costante di qualcuno, di qualcosa, come figli genitori e genitori senza figli. Le tre fasi di una tragedia, cordoglio, rabbia e oblio, sono esaminate con cura in questo appassionato lavoro. Non dimenticare mai più quanto sia importante parlare delle persone è obiettivo prioritario di questo libro.

La memoria va contrapposta all’oblio, amaro motivo conduttore che da sempre accompagna nel nostro paese terremoti, frane, inondazioni. All’oblio va contrapposta la forza civile di un racconto necessario. A questo meccanismo di rimozione si oppone con forza questo libro.

Era l’alba di un giorno d’estate quando la collina del Timpone, a Senise, cedette all’improvviso. Nel cuore della notte, un boato sordo accompagnò il crollo di una massa di terra, gravata dalle costruzioni e indebolita da una stagione arida, che travolse case e vite. Morirono otto persone, tra cui quattro bambini; la più piccola aveva appena trentadue giorni. Una ferita profonda nella memoria collettiva della Basilicata, che l’Autrice sceglie di preservare dall’oblio.

Con la sensibilità del cronista e il rigore dell’inchiesta, l’Autrice non si limita a ricostruire i fatti assemblando la rassegna stampa dell’epoca e i documenti, ma sceglie di restituire dignità e voce alle storie personali, ai volti e ai dettagli di quella tragedia. Il libro diventa così un archivio emotivo e civile, uno spazio in cui il dolore privato si fa patrimonio comune per ammonire il presente.

Il nostro è un paese dissestato, ce lo dimentichiamo ogni volta, ma le frane tornano sempre.

La forza di quest’opera risiede nella sua urgenza etica: non è soltanto un esercizio di ricostruzione storica, ma un grido d’allarme lucido e attuale sul dissesto idrogeologico, sui segnali spesso inascoltati e sulla fragilità di un territorio che richiede rispetto e cura, soprattutto grazie alle numerose testimonianze di addetti ai lavori e di esperti.

Smontando la logica della fatalità ci si interroga sulle responsabilità, dirette o derivate, e soprattutto sull’uso scellerato del territorio, che ignora, spesso in malafede, persino gli ammonimenti delle generazioni che ci hanno preceduto o che costringe i tecnici ad un condizionamento generalizzato: o danno un parere favorevole che viene loro richiesto, o vengono sostituiti quando il loro giudizio non è gradito alle amministrazioni.

L’Autrice ci rammenta anche come spesso nascano tragedie nelle tragedie, che se non fosse per la loro drammaticità potrebbero essere degne di una farsa pirandelliana, come l’accusa di omicidio colposo plurimo rivolto a chi a Senise perse tutto, con Protezione Civile, prefetto e Regione come “parte lesa” (!).

La terra che si sgretola e scivola a valle ogni volta si porta via le buone intenzioni, se mai ve ne siano: quelle che arrivano sempre, puntuali dopo ogni tragedia. Ma in genere, poi, non resta più nulla, nemmeno l’indignazione, figuriamoci la programmazione o la prevenzione. E così chi è morto allora muore due volte, tre, cento, mille altre volte!

Ecco perché narrazioni come quella che l’Autrice ci propone sono fondamentali e vanno ripetute: primo ricordare e raccontare e, non ultimo, lasciare sempre che sia la scienza ad avere la prima e l’ultima parola nelle decisioni e negli intenti di progettazione e costruzione. La nostra è una nazione che dispone di competenze tecniche di alto livello, know-how ingegneristico, professionalità nella protezione civile e nella gestione delle emergenze, riconosciute anche a livello internazionale. Il problema non è dunque l’assenza di saperi o di esperienze, solito piagnucoloso motivetto richiamato ad alibi, ma la frammentazione istituzionale, la discontinuità politica e la tendenza a intervenire solo a valle delle catastrofi, e quasi mai a monte.

In questo senso, il libro assume i toni di un atto civile: un appello alla responsabilità collettiva rivolto alla politica, alle istituzioni e alla cittadinanza.

I tecnici dovranno ulteriormente guadagnarsi la fiducia di una cittadinanza abituata a non sapere della loro esistenza e a dubitare della legittimità delle loro opinioni. I problemi potranno essere risolti in maniera condivisa quando saranno chiare a tutti le definizioni tecniche e la gravità della situazione. Se la cittadinanza non percepirà la propria responsabilità nel contribuire a soluzioni condivise tutti gli sforzi saranno vani, ancora di più in un paese come il nostro che ha sempre faticato a fare dell’educazione civica il pilastro centrale della scolarizzazione.

È una lettura che scuote e commuove, consigliata a chi crede che la letteratura e il giornalismo d’inchiesta debbano assolvere a un compito fondamentale: fare in modo che chi non c’è più continui a vivere attraverso il ricordo, impedendo che il tempo cancelli la lezione della storia. Una lettura anche per gli addetti ai lavori, nonostante la rabbia che monta in chi da decenni si batte per portare avanti questi argomenti.

Il contributo del Presidente della SIGEA, Antonello Fiore
(per gentile concessione)

«Mi sono iscritto al Corso di Laurea in Scienze Geologiche dell’Università degli Studi di Bari nel 1988. Erano gli anni in cui, tra le aule e i corridoi, circolavano ancora con forza i racconti e le riflessioni di chi aveva fatto i sopralluoghi alla frana di Senise del 1986. Non era solo un caso di studio: era una ferita recente, un evento che aveva segnato profondamente la comunità locale e la comunità dei geologi che, per questo, tornava spesso nelle lezioni.

Ne parlavano il professor Federico Boenzi, durante i corsi di Geomorfologia, e il professor Bruno Radina, in Geologia Applicata. Attraverso le loro parole, quel fenomeno non appariva come un semplice processo naturale, ma come il risultato di un equilibrio fragile tra condizioni geologiche e interventi dell’uomo. In quegli anni, del resto, l’attenzione dei docenti dell’Ateneo barese — che allora includeva anche il Politecnico, divenuto autonomo solo nel 1990 — era fortemente rivolta ai problemi del territorio lucano.

Anche per questo il legame con la Basilicata era molto stretto. L’Università della Basilicata, fondata nel 1982 dopo il terremoto del 1980, si avvaleva inizialmente di numerosi docenti provenienti da Bari. Si respirava, quindi, un clima di collaborazione e di responsabilità condivisa verso un territorio fragile, segnato da eventi che richiedevano studio, attenzione e consapevolezza.

Nel 1994, ancora studente, decisi di iscrivermi alla Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA). Non fu una scelta casuale, ma il naturale proseguimento di un interesse che sentivo crescere dentro di me: quello per una geologia capace di dialogare con la società e di contribuire concretamente alla tutela del territorio. La SIGEA, fondata pochi anni prima da Giuseppe Gisotti insieme ad altri studiosi e professionisti, rappresentava – e rappresenta tutt’oggi – proprio questo: un luogo di confronto, di crescita e di impegno civile oltre che tecnico-scientifico.

Ricordo con particolare emozione il mio primo incontro con Gisotti. Colpito dal mio entusiasmo, volle donarmi un volume della collana “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, curato da Vincenzo Catenacci: Il dissesto geologico e geoambientale in Italia dal dopoguerra al 1990. Tra le sue pagine trovai anche la descrizione della frana di Senise.

Quelle righe univano il rigore scientifico alla consapevolezza della tragedia. Venivano descritte con precisione le caratteristiche del fenomeno — la profondità della superficie di scivolamento, l’estensione dell’area coinvolta, il volume dei materiali mobilizzati, la rapidità del movimento — insieme alle cause predisponenti, legate alla natura dei terreni della collina di Timpone e alla loro giacitura a franapoggio. Ma accanto a questi aspetti emergevano anche le responsabilità legate all’intervento umano, come gli sbancamenti effettuati al piede del versante. E, soprattutto, prendeva forma il dramma: 630 persone costrette ad abbandonare le proprie case, 8 vittime, tre delle quali molto giovani.

Negli anni successivi, il ricordo di Senise ha continuato ad accompagnare il mio percorso di crescita. Tornò con forza nel 1997, quando, insieme ad altri sei colleghi, iniziai a lavorare per l’Università al Foglio 407 “San Bartolomeo in Galdo” della nuova Carta Geologica d’Italia (CARG), che prevedeva anche la realizzazione della carta della pericolosità da frana. Per lunghi periodi ci trasferimmo nell’Appennino Dauno, con base nel piccolo centro di Motta Montecorvino in provincia di Foggia.

In quel gruppo c’era anche un collega e amico, il geologo Giuseppe De Donato, originario proprio di Senise. Con lui, spesso, la sera, dopo le giornate di lavoro sul campo, la conversazione tornava su quelle frane, su quella frana del 1986. Non come un semplice ricordo, ma come un punto di riferimento, un caso emblematico attraverso cui leggere i problemi più ampi del dissesto idrogeologico in Italia. Erano momenti di confronto autentico, in cui l’esperienza personale si intrecciava con l’analisi scientifica.

Negli anni del progetto CARG, il mio impegno nella SIGEA è cresciuto progressivamente: prima come Presidente della Sezione Puglia, poi all’interno del Consiglio Direttivo Nazionale, fino ad assumere, dal 2016, la carica di Presidente nazionale. Un percorso che, in fondo, affonda le sue radici proprio in quegli anni di formazione, segnati anche dall’incontro — diretto e indiretto — con eventi come la frana di Senise.

Perché alcuni eventi, anche se vissuti inizialmente attraverso i racconti e lo studio, finiscono per accompagnarti nel tempo, orientando il modo in cui guardi al territorio, alla sua evoluzione naturale, alla sua trasformazione imposta dall’uomo e di conseguenza al rapporto tra uomo e ambiente.

Se il ricordo della frana di Senise del 1986 è stato, anche per vicinanza geografica, uno dei dissesti geo-idrologici che ha accompagnato il mio percorso di studi, umano e professionale, oggi quei numeri ci dicono che non appartiene affatto al passato.

In Italia, nel 2026, 1.284.960 persone sono esposte al rischio frane e 6.818.375 al rischio alluvioni; gli edifici coinvolti sono rispettivamente 742.192 e 1.549.759, mentre le imprese sono 74.974 e 642.979. Sono dati elaborati dall’ISPRA a partire dalle informazioni dell’ISTAT e delle Autorità di Bacino.

Numeri che, letti nel loro insieme, descrivono un Paese fragile; ma che, se osservati uno per uno, raccontano storie concrete. Ogni cifra è una casa, una famiglia, un lavoro. È una possibilità reale che un evento naturale si trasformi in tragedia. Una sorta di “roulette russa” silenziosa, in cui convivono inconsapevolezza diffusa e responsabilità spesso rimandate.

È anche per questo che, nel mio impegno all’interno della SIGEA, ho sempre ritenuto fondamentale lavorare sulla percezione del rischio. Non basta conoscere i fenomeni: è necessario che questa conoscenza diventi patrimonio condiviso, consapevolezza diffusa, capacità di scelta. In particolare, è indispensabile che chi acquista un terreno o un immobile sia pienamente informato sulla pericolosità geologica del contesto in cui si inserisce.

Eppure, i segnali che arrivano dal territorio vanno in direzione opposta. Nel 2024 si è registrato un nuovo aumento del consumo di suolo proprio nelle aree a rischio di dissesto: +1.303 ettari nelle zone a pericolosità idraulica media e +600 ettari in quelle a pericolosità da frana, dopo il rallentamento osservato nel 2023. Un dato che evidenzia quanto sia ancora debole il legame tra conoscenza scientifica e scelte operative.

Per questo continuiamo a sostenere con convinzione che i certificati di destinazione urbanistica debbano contenere informazioni chiare, accessibili e inequivocabili sui livelli di rischio — dalle frane alle alluvioni, dalle mareggiate ai terremoti e alle eruzioni vulcaniche — così come definiti nelle cartografie ufficiali prodotte dagli enti pubblici di ricerca e dalle Autorità di Bacino.

In questo quadro, la memoria non è un esercizio retorico, ma uno strumento di lavoro. Commemorare i disastri geologici significa restituire dignità alle vite perdute, riconoscere il dolore delle comunità colpite e, allo stesso tempo, trasformare quell’esperienza in conoscenza utile. Significa passare dal ricordo all’azione che parte dalla pianificazione territoriale basata sui dati geologici: la collina di Timpone risultava in condizioni di equilibrio prima dello sbancamento al suo piede, che ha destabilizzato il versante e generato la frana.

È esattamente ciò che ho imparato, negli anni, ripensando a Senise: che dietro ogni fenomeno ci sono cause naturali e responsabilità umane, e che ignorare questa relazione espone il territorio, la popolazione e le imprese che lo vivono a nuovi rischi.

Per questo, ricordare la frana di Senise a 50 anni di distanza non è solo un dovere morale. È un atto necessario per costruire una cultura della prevenzione, per rafforzare il senso di responsabilità collettiva e per evitare che eventi simili continuino a ripetersi con le stesse conseguenze.

Perché la memoria, quando è viva, non guarda solo al passato: ci interroga nel presente e ci chiede, con urgenza, di scegliere in modo diverso il nostro futuro.

Ci sono luoghi in cui la memoria non è solo un esercizio del ricordo, ma una presenza concreta, che si percepisce nel paesaggio, nelle parole delle persone, nei silenzi.

In Basilicata, la frana del 1986 non è soltanto una pagina di storia o un caso di studio: è un evento che ha lasciato tracce profonde, visibili e invisibili, nel territorio e nella comunità. Camminando in luoghi interessati da un dissesto geo-idrologico — o anche solo ascoltando le interviste e i racconti di chi li ha vissuti — si comprende come il tempo non cancelli davvero certi eventi, ma li trasformi: dalla rabbia alla cautela, talvolta in paura che genera consapevolezza, tutti sentimenti che dopo ogni evento tendo ad allontanare nelle popolazioni locali sopravvissute la rassegnazione e il fatalismo.

Eppure, quella memoria non è isolata. Negli ultimi anni, altri eventi hanno riportato con forza all’attenzione del Paese la fragilità del territorio italiano: la frana di Ischia del 2022, con 12 vittime, nel cui processo la SIGEA si è costituita parte civile; gli episodi più recenti, per fortuna senza vittime, di Niscemi in Sicilia nel gennaio 2026 e di Petacciato in Molise nell’aprile dello stesso anno; questi ultimi tre eventi, a differenza della frana di Senise, sono riattivazioni di vecchie frane di cui si aveva conoscenza tecnica e scientifica. Contesti diversi, dinamiche differenti, ma un elemento comune: l’interazione delicata tra natura e azione dell’uomo.

È proprio da qui che bisogna ripartire: dal rapporto tra memoria e territorio, tra esperienza vissuta e conoscenza scientifica. Perché comprendere un fenomeno come quello di Senise significa non solo analizzarne le cause geologiche predisponenti e le cause antropiche scatenanti, ma anche coglierne le conseguenze sociali, urbanistiche e culturali.

La frana del 1986 si inserisce infatti in un contesto più ampio, quello della fragilità geomorfologica dell’Italia, dove le condizioni naturali — litologia, assetto strutturale, dinamiche idrogeologiche — si intrecciano con le trasformazioni operate dall’uomo nel corso del tempo e vengo amplificate in frequenza e intensità dagli effetti del cambiamento climatico.

Raccontare Senise, quindi, non vuol dire soltanto ricordare un evento, ma leggere un territorio. Significa osservare come si è evoluto, quali scelte sono state fatte, quali errori sono stati commessi e quali insegnamenti possiamo ancora trarne.»

Mariapaola Vergallito

Mariapaola Vergallito è giornalista professionista dal 2013. Fondatrice e direttrice della testata online La Siritide, lavora per diverse emittenti radiofoniche e televisive (Radiolaser e Trm Network) e collabora con La Gazzetta del Mezzogiorno. Si occupa della comunicazione di progetti di contrasto al fenomeno dell’usura e del caporalato. Con Antonio Bavusi ha scritto “Il Mare a Senise. Un caso di land-water grabbing in Basilicata” (2025, Alfagrafica Volonnino). Ha realizzato diversi documentari e approfondimenti dedicati alla storia della frana di Senise.

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