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“Dalla serendipità alla logica investigativa, passando per Conan Doyle”

di Giacomo Milazzo

Siamo nel 1301, in India. Nel ricco e multietnico sultanato di Delhi lavora un poeta di eccelsa bravura, contemporaneo di Dante. Si chiama Amir Khusrau ed è ritenuto il massimo autore di espressione persiana vissuto nell’India musulmana dal 1253 al 1325. Scrive moltissimo, con successo, e intorno al 1301 appare il suo capolavoro: Le otto novelle del paradiso. Tutte le novelle, in un’atmosfera di sensuale erotismo, sono intrise di sotterfugi, magie, ricerche di indizi, stratagemmi, sfide di intelligenza. Ed è nella novella del sabato, che compaiono per la prima volta i tre principi del Regno di Sarandib (antico nome dell’attuale Sri Lanka), che un tempo andava dall’Afghanistan all’Oceano, e le loro storie. Il loro padre, che li ha educati a tutte le arti, cresciuti come bravi ragazzi, li mette alla prova esiliandoli, trovandoli umili e riverenti e per nulla ambiziosi. Fingendosi adirato con loro li caccia affinché, per il loro bene, esplorino il mondo, facciano esperienza, vedano i costumi degli altri e si perfezionino, perché un giorno dovranno regnare.

Entrando in un mondo vastissimo camminano senza direzione precisa, perlustrandolo come razionalisti, fisiognomici, abili nei ragionamenti di analogia.

Incontrano un cammelliere che ha perso il cammello e i tre gli dicono di averlo visto. Per dimostrarlo gli indicano tre indizi, uno ciascuno: è cieco da un occhio, gli manca un dente, ha una gamba zoppa. Il cammelliere conferma e corre a cercarlo, ma non lo trova. Di ritorno, incontra di nuovo i tre principi, che aggiungono altre tre caratteristiche: porta olio da una parte e miele dall’altra, ha una donna in groppa e costei è gravida.

A questo punto il cammelliere si insospettisce, pensa che abbiano rubato loro la bestia e li denuncia al re. Dinanzi a sua maestà, nel giustificarsi per il cammello, i tre dicono che è stata solo una burla: “senza volere, la bugia che gli diciamo, per caso corrisponde al vero”.  Il re risponde che è improbabile che ben “sei menzogne inconcludenti azzecchino tutte insieme la realtà” (come dargli torto?). Dunque li accusa di furto e li mette in galera; per loro fortuna, poco dopo il cammelliere ritrova donna e animale, e li scagiona. Ora le capacità osservative dei tre principi sono palesi: in effetti hanno azzeccato tutte e sei le caratteristiche della scena, pur non avendo mai visto prima il cammello. Interrogati dal re, i tre giovani spiegano sulla base di quali indizi hanno indovinato i dettagli circa l’animale e la donna incinta.

Il sovrano, soggiogato dalla loro fisiognomica irreprensibile, decide di tenerli con sé e comincia a spiarli per carpire i loro segreti. Mentre sono seduti a banchetto i tre fanno altre speculazioni, che si rileveranno esatte: il vino che stanno bevendo proviene da un vigneto piantato dove un tempo era un cimitero; l’agnello che stanno mangiando è stato allevato con latte di cagna; e il monarca non è di puro sangue nobile, perché in realtà è figlio di un cuoco. Punto sul vivo, soprattutto sull’ultima ipotesi , il re verifica che è tutto vero. La madre da giovane tradì suo padre e lo confessa al figlio. Pentito di quell’inchiesta, il re si fa raccontare un’altra volta dai tre principi come sono riusciti a capire quei fatti nascosti. Gli indizi sulla sua illegittimità erano che gli mancava un segno dinastico, il re parlava sempre del pane, la sua fisiognomica. A quel punto il sovrano, per non uscire dai gangheri per la rabbia, premia i tre volubili giramondo e li spedisce di nuovo a casa, dove trovano il vecchio padre che ringiovanisce dalla gioia nel rivederli e cede il regno al primogenito.

Lo schema narrativo di queste novelle è antichissimo, forse di origine araba. Le sue origini profonde si perdono nelle tradizioni orali diffuse tra la Persia, l’India, le terre di kirghisi e tatari, il Talmud babilonese, Sindbad e i sette visir, fin dal V-VI secolo. Arriva in Occidente e compare a inizio Duecento nella leggenda danese di Amleto ed a fine Trecento In Italia, un secolo dopo le Otto novelle del paradiso di Khusrau. Il tema è sempre lo stesso: il piacere della libera investigazione. Affrontare le incertezze del mondo e provare a interpretarle risalendo da indizi apparentemente trascurabili a realtà nascoste e non immediatamente esperibili con i sensi. I principi non stanno cercando proprio nulla. Vanno a spasso, esercitano il loro spirito acuto, si lanciano in prodezze di osservazione e deduzione, con vantaggi per coloro a cui rendono di volta in volta servigio. La vicenda comincia con una burla al cammelliere, uno sfoggio di capacità investigative per il puro gusto di farlo. Attrice principale della novella è la loro capacità di mettersi sulle tracce di indizi, secondo i dettami della fisiognomica e della semiotica. La capacità non solo di interpretare i caratteri psicologici di una persona dai suoi tratti somatici, ma anche di passare in maniera immediata dal noto all’ignoto, dal visibile all’invisibile, su base indiziaria.

Questo organo del sapere indiziario è associato sia alle intuizioni mistiche che alla divinazione induttiva, rivolta ad un ignoto futuro, sia a forme di sagacia pratiche come la perspicacia visiva dei tre principi che invece indovinano realtà poste nel presente e nel passato.

Due secoli e mezzo dopo la diffusione delle splendide novelle di Khusrau, da tutt’altra parte del mondo, a Venezia, un certo Cristoforo Armeno, di cui non si sa molto, nel 1557 pubblica una novella: Il peregrinaggio di tre giovani figlioli del re di Serendippo (…) dalla persiana nell’italiana lingua trapportato.

Di sicuro, la novella è un articolo di importazione, forse con impianto diverso ma con gli stessi ingredienti narrativi di quella di Khusrau. Con un testo bonificato e riadattato alla tradizione cristiana, eliminando tutto il tessuto metaforico e sopprimendo i riferimenti alla tradizione erotica, con un orientalismo temperato e accomodante, pur impoverendo lo stile, anche qui i tre principi dimostrano di avere una scienza fondata sui fenomeni e sul mondo fisico, la loro fisiognomica è volta al bene. I racconti di sagacia interpretativa ora sono centrali e i tre principi diventano l’archetipo del detective: il mondo è pieno di segni polivalenti da interpretare. I tre principi mostrano grandi capacità di osservazione, sagacia, una geniale accuratezza nel raccogliere indizi, ma non trovano ciò che non stavano cercando ma danno semplicemente sfoggio del loro alto ingegno, ingraziandosi il potere. Cristoforo Armeno, ce li presenta insomma, come maestri di “abduzione”, cioè del trovare la spiegazione migliore per i dati a disposizione procedendo a ritroso dagli effetti alle cause, riuscendo così a interpretare il mondo e gli eventi; raccolgono indizi apparentemente casuali interpretando segni e tracce come segugi, ricostruendo scenari possibili.

La novella verrà ritradotta e ristampata costantemente fino al Novecento. L’impianto narrativo del processo di iniziazione della favola dell’eroe, del resto, ammalia da sempre gli esseri umani: il male e il bene, le prove, i fallimenti, l’imminente pericolo di morte, la salvezza arriva solo dopo aver toccato il fondo, il capovolgimento delle sorti, nuove prove e così via.

I tre principi di Serendippo non trovano per caso qualcosa che non stavano cercando. Piuttosto, esibiscono il loro alto intelletto, la prudenza, un sottile avvenimento, molta scienza e creatività. Il caso ha un ruolo del tutto marginale, sia nell’originale persiano sia nella traduzione veneziana. La specialità dei tre protagonisti non è abbandonarsi alla sorte, ma fare le giuste associazioni abduttive.

La sagacia investigativa non è accidentale ma prevista e preparata, coltivata. I principi sono tre investigatori nati che scoprono le realtà più diverse. E la ricerca a suo modo antesignana del romanzo poliziesco: decifrare orme, segni e indizi per giungere alla verità, come fanno i cacciatori e come ancor meglio sanno fare le prede, come fanno da sempre i medici nelle loro anamnesi, e come farà poi Sherlock Holmes o qualsiasi altra figura di detective della finzione letteraria. Si tratta di accertare verità spesso postume come sanno bene tombaroli, archeologi, paleontologi e geologi. Tutto sommato, si scorge qui qualche parentela anche con le verifiche sperimentali e osservative, con la conoscenza per controprova.

E da Venezia saltiamo nel tempo e nello spazio per arrivare nella Londra di metà del XVIII secolo, in un clima che permea tutta l’Europa, Gran Bretagna compresa, di “innamorati” dell’Oriente. In questo paese vive una strana creatura intellettuale, amante di paccottiglie e bizzarrie: Horace Walpole. Era bravo nello stravolgere il significato delle parole e nell’associare con naturalezza idee a prima vista sconnesse. E’ da questa mente abituata ad ardite analogie che nasce la parola “serendipità” e, nemmeno a farlo apposta, nasce come si conviene, da un fraintendimento.

Walpole, dopo aver letto la traduzione inglese della novella di Armeno, scrive ad un amico e gli racconta delle sue indagini retrospettive, senza uno scopo particolare, su intrighi ed omicidi fiorentini del passato, comunicandogli di aver fatto una scoperta decisiva: “questa scoperta, in verità, è quasi di quel genere che io chiamo serendipity, una parola molto espressiva che, giacché non ho niente di meglio da raccontarti, cercherò di spiegarti: la capirai meglio per derivazione più che per definizione. Una volta lessi una sciocca favoletta intitolata The three princes of Serendip: nel corso dei loro viaggi, le loro altezze scoprivano continuamente, per caso e per sagacia, cose che non andavano cercando”.

Dunque la parola serendipity nacque come una derivazione casuale giocosa, come un capriccio da collezionisti, l’antico nome dello Sri Lanka non ha nulla a che vedere con il suo significato. Walpole sceglie la parola chiaramente per il suono e per l’effetto che fa. Gli piace la musicalità della parola eufonica anche in inglese con quelle cinque sillabe scandite. Che sia un vezzo è dimostrato dal fatto che non la userà mai più nei suoi scritti! Compare soltanto in questa lettera, con un tocco di autoironia.

Quanto al significato, c’è in effetti qualcosa di snob e di ironico nel pensare che grandi scoperte derivino da circostanze modeste e occasionali, come il fortunato ritrovamento di una meraviglia da parte del collezionista. Il punto dirimente, però, è che Walpole sbaglia completamente l’interpretazione. Nella sua lettera le definizioni chiave sono “sagacia accidentale” e “scoprire qualcosa che non si stava cercando”. In tutte le diramazioni delle novelle orientali che confluiscono nella traduzione di Armeno la parola caso compare una sola volta e i tre principi non scoprono affatto ciò che non stavano cercando. Di sagacia, insomma, ce n’è tanta, ma di caso poco,  giusto quello del peregrinare dei tre giovani e il loro tentare di indovinare quel che capita.

Possiamo dire quindi che la serendipità, grazie a un fraintendimento sviante, è nata in modo ”serendipitoso”.

Il tema della novella di Armeno è l’arte indiziaria, la capacità abduttiva che permette ai tre principi di portare a termine con successo il loro viaggio iniziatico. Non trovano nulla e non incontrano alcun caso fortunato.

Un’altra importante reinterpretazione è quella che ne fece Voltaire, in una storia arabeggiante dedicata al destino: quella del babilonese Zadig (saadiq, cioè “saggio” dal nome in arabo ed ebraico) che adotta “lo stile della ragione” per affrontare la vita. Ritroviamo in tutta la storia le abilità nel risolvere enigmi, le prove di prontezza di spirito, i racconti di misteri svelati le interpretazioni di minuzie, dettagli e “mille e ancora mille differenze” dove gli altri vedono solo uniformità.

Ciò che noi oggi chiamiamo abduzione per Voltaire significa appunto apprezzare le piccole differenze nei fenomeni osservati al fine di arrivare a un risultato preciso, che sarà particolarmente importante: descrivere un oggetto mai visto, prevedere l’esistenza di qualcosa che non è mai direttamente finito sotto i nostri sensi, o anche indovinare una serie di eventi del passato che, retrospettivamente, spiegano quegli indizi. In altri termini, esiste un ignoto che va ricostruito a partire dai segni che ha lasciato, da tracce, orme, effetti, spie indirette della sua presenza.

Anche nella scienza è cruciale saper descrivere qualcosa che non si è mai visto prima. Tante scoperte sono state fatte desumendo l’esistenza di entità che nessuno prima aveva osservato: bosoni di Higgs, onde gravitazionali, geometrie che disobbediscono a Euclide. Ci si è arrivati sulla base di indizi, come fanno Zadig e i tre principi di Serendippo, oppure tirando le conseguenze da teorie e modelli, o anche intercettando realtà sia fisiche che rappresentate da entità matematiche inventate dagli scienziati.

I passaggi per arrivare da Zadig a Sherlock Holmes non sono poi tanti. Il grande paleontologo e anatomista francese Georges Cuvier scriverà, per il suo mestiere di indagatore del tempo profondo, proprio come lo Zadig di Voltaire:  “da un’impronta fossile bisogna capire quale animale abbia calcato la sua zampa milioni di anni fa, dalle forme delle ossa pietrificate ridurre le fattezze complete di un animale estinto”. E’ lo stesso mestiere dell’investigatore perché, da pochi indizi il paleontologo capisce con certezza che, per esempio, era un ruminante. Quindi da un singolo dettaglio, da un femore e da un pezzo di cranio, grazie alla sua perizia e al confronto con i resti di altri animali, riesce a ricostruire tutta la creatura estinta e persino i suoi comportamenti.

Da questa citazione di Cuvier partirà, nel 1880, il darwiniano Thomas Huxley nello scrivere un saggio memorabile, sul sapere indiziario e sull’idea che alla base di molte scienze vi siano le profezie. Sì, le profezie, ma non quelle divinatorie sul futuro bensì le profezie rivolte al passato.

E ancora qui il caso non c’entra niente, nonostante le dichiarazioni di alcuni grandi uomini di scienza del passato. Trarre vantaggio dalle osservazioni casuali è la conseguenza più importante dell’avere una mente teorica, se non hai predizioni e aspettative in mente non potrai mai notare che un’osservazione accidentale è incongruente e quindi potenzialmente foriera di serendipità. Pasteur diceva che nella scienza, il caso favorisce (solo) le menti preparate.

William Whewell, grande amico di Darwin, colui che coniò nel 1834 la parola scienziato, nella sua storia delle scienze induttive del 1837 aveva scritto che nessun ruolo spettava al caso nella scoperta scientifica ma che esiste sempre all’inizio un’idea distinta e ben ponderata da mettere alla prova. È proprio questa idea a rendere l’accidente possibile, ma si tratta solo di un presunto accidente. In realtà è un accidente cercato, preparato, voluto. Insomma, contano poco il contesto e la personalità dello scienziato: ciò che vale nella scienza è l’idea che ti muove. La sagacia, che prevale decisamente sul caso.

L’approccio libero e disinteressato dei tre principi di Serendippo, quello in cui non si sta cercando nulla e si va a zonzo per la natura con attitudine curiosa scoprendo fortuitamente qualcosa, non è quello dello scienziato. Questi parte sempre equipaggiato di predizioni e aspettative teoriche, senza le quali non potrebbe notare l’incongruenza di un’osservazione inattesa e “serendipitosa”; è difficile pensare che si possa condurre una ricerca totalmente non mirata, andando a zonzo in quel che la Natura offre e mossi dalla sola curiosità di conoscere. Lo scienziato ha sempre in testa una domanda che apre la ricerca, magari da falsificare al primo esperimento, forse inconsapevole, ma pur sempre una conoscenza teorica di sfondo, un’ipotesi da mettere in gioco, un presupposto. Ogni esperimento è una domanda posta alla natura, una domanda che suppone aspettative teoriche. Proprio come farebbe un detective se l’obiettivo è cercare qualcosa che non si conosce. Non si può partire dall’ignoto, proprio perché non se ne sa nulla: bisogna partire dal noto, da un’ipotesi, almeno da una supposizione. Non è il lampo di illuminazione, che quasi non ha bisogno del pensiero. Ci vuole duro lavoro, sforzo intellettuale, metodo. Si improvvisa e si scopre sbagliandosi, ma da professionisti.

Nel 1880, l’evoluzionista amico di Darwin, Thomas Huxley, definì questa capacità ”profezia retrospettiva”. L’espressione è volutamente paradossale: la profezia di solito si riferisce alla previsione di un evento futuro. Come la divinazione, che implicava il saper vedere qualcosa di nascosto nell’avvenire. La profezia retrospettiva mostra invece l’invisibile negli effetti presenti oppure un invisibile riferito a un evento del passato. Il profeta retrospettivo afferma: “in un certo momento del passato, se ci foste stati, avreste visto questo”. In questo modo i limiti della conoscenza sensibile vengono superati, lo scienziato del tempo profondo va oltre le apparenze e si sporge verso l’ignoto. Grazie alla profezia retrospettiva, scrive Huxley, “si comprende ciò che fino a prima andava oltre la sfera della conoscenza immediata, si vede ciò che era invisibile al senso naturale del vedente”.

Da un effetto si può risalire alla causa competente a produrre quell’effetto e tutto questo è supportato e sostenuto dalla fiducia nella costanza dell’ordine della natura.

“Abduzione” significa generare un’ipotesi che, qualora verificata, spiegherebbe l’insieme dei fatti osservati, accrescendo le nostre conoscenze; e lo si fa in base all’osservazione di connessioni tra fatti non teorizzati sul piano generale. Per questo l’abduzione è alla base del ragionamento ipotetico-deduttivo, perno di ogni sapere scientifico: analizzare i dati indiziari, proporre ipotesi probabili, valutarne la verosimiglianza, fare predizioni, metterli alla prova con ulteriori dati. In un gioco senza fine di congetture e aggiustamenti. In sintesi, è la logica della scoperta.

Inferire l’esistenza di qualcosa e descriverlo nei suoi tratti, senza averlo mai visto prima, a partire da indizi, tracce e segni, rientra quindi nell’induzione. Si noti che, anche se le premesse sono vere, la conclusione non è logicamente certa, ma solo probabile. Si naviga comunque nell’incertezza ma con metodo: se un’ipotesi è più economica e parsimoniosa, nel senso che implica meno parametri e fattori in gioco, tenderemo a preferirla perché più probabile. Fino a prova contraria, sempre.

Ad ogni modo le connessioni tra le capacità abduttive e il trovare ciò che non si va cercando restano assai deboli. E, sulla scia di Zadig, a dimostrarlo sono proprio tutti i campioni del sapere indiziario che sono pressoché infallibili. Altro che scienza dell’inatteso.

Devono risolvere un mistero, applicano il metodo indiziario e colgono nel segno. Straordinario, tant’è che pur sapendo che è nella penna dell’autore l’intera storia, che ne conosce ogni dettaglio, svolgimento e conclusione fin dall’inizio, ne restiamo affascinati.

Nei Delitti della Rue Morgue, capolavoro poliziesco di Edgar Allan Poe, estremizzazione letteraria dell’abduzione e che ispirò Arthur Conan Doyle, il detective Auguste Dupin analizza ogni dettaglio, procede per esclusione e riesce persino a leggere nella mente del suo amico, ricostruendo i passaggi del suo ragionamento. Bisogna pensare a ciò che nessuno ha pensato, come lo scienziato dinanzi a un’anomalia, non ritrarsi nemmeno di fronte alle ipotesi più strane, persino che il colpevole sia un orango, ma alla fine comunque, magari con l’aiuto della gloriosa teoria delle probabilità, “l’esperienza rivela sempre la sua vera logica”. Gli avvenimenti collaterali e accidentali sono importanti, ma Dupin li domina rendendoli oggetto di calcolo assoluto, riconducendo l’imprevisto a formula matematica. Il risultato finale, dunque, è negazione della serendipità.

Sherlock Holmes non è da meno. Il suo inventore, Arthur Conan Doyle, era medico, allievo e segretario di Joseph Bell, un esperto di semiotica medica, amante dell’induzione, delle connessioni tra indizi, mago delle diagnosi in corsia, che poi il giovane Conan Doyle doveva redigere per iscritto. Conan Doyle scrisse i primi bozzetti del suo personaggio mentre aspettava i pazienti nel suo ambulatorio specialistico, tra un viaggio in nave e l’altro, come medico di bordo. Il detective Holmes è dunque figlio del sapere indiziario in medicina. Da questo, e dall’esempio del detective Dupin di Poe, ne trasse nel 1886 il modello di un poliziotto scientifico con grandi capacità di indagine e che doveva applicare un rigoroso e realistico metodo indiziario, non affidandosi a coincidenze fortunate, ma ad orme nel fango, ceneri di sigaretta, calli sulle mani, usure, piccoli dettagli impercettibili ai più. Il protagonista deve meritarsi il successo con la fatica e con il ragionamento, non scoprire il colpevole grazie a circostanze fortuite. Nella finzione letteraria, Holmes è addirittura autore di cataloghi sistematici e quasi paranoici di indizi quali ceneri di sigaretta e calli sulle mani. Qui c’è ben poca serendipità. I colpi di fortuna non esistono quasi mai nella vita reale, scrisse Conan Doyle in una lettera del 1900 in cui raccontava la nascita del suo personaggio raccontando come trasse ispirazione dal suo vecchio professore di Edimburgo, dalla sua logica implacabile che dagli effetti risaliva alle cause diagnosticando così a colpo d’occhio le malattie.

Holmes dunque è ancor più scienziato di Dupin: razionale e sistematico. La scienza prende il posto del caso e i delitti quello delle malattie.

A ben vedere Sherlock Holmes, quasi disumano, senza cuore ma dotato di una magnifica intelligenza logica, porta l’abduzione a conseguenze così estreme da negarla. Watson fa da contraltare alle sue presunzioni di infallibilità, ma senza grossi risultati. Infatti la scienza di Holmes viene presentata non come abduzione ma come deduzione logica: da premesse generali a conseguenze sottese e inevitabili.

Quella di Holmes è scienza esatta, per dirla in modo più filosofico con una delle massime dello stesso Holmes, “eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere per forza la verità”. Si tratta nientemeno che del tipico procedimento sperimentale per cui si analizzano, si comparano e si scartano le diverse variabili e ipotesi in gioco, al fine di corroborare una teoria, che sia scientifica o investigativa, scartando le false piste. Il detective, come lo scienziato, è consapevole che questa scienza funziona fino a un certo: cioè solo fin quando sei sicuro di, e hai gli strumenti per, valutare davvero tutte le variabili potenziali. Spesso restano sul tavolo diverse congetture, altrettanto probabili improbabili, perché la natura umana e non umana sa essere contorta.

Il resto allora è calcolo delle probabilità e fortuna, ammette Sherlock Holmes. Quindi non è esattamente una scienza esatta ma l’ambizione è quella.

Ma a questo punto, per chiudere con un sorriso, non posso non pensare alla famosa citazione del fu Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa USA durante la presidenza di Bush jr. Nel tentativo di arrampicata su specchi insaponati, di giustificare il mancato ritrovamento delle famose armi di distru(a)zione di massa, disse ai giornalisti in conferenza stampa.

« As we know, there are known knowns; there are things we know we know. We also know there are known unknowns; that is to say we know there are some things we do not know. But there are also unknown unknowns – the ones we don’t know we don’t know.».

Tradotto alla lettera:
Come sappiamo, ci sono dei conosciuti conosciuti; ci sono cose che sappiamo di sapere. Sappiamo anche che esistono conosciuti sconosciuti; vale a dire che sappiamo che ci sono alcune cose che non sappiamo. Ma ci sono anche sconosciuti sconosciuti: quelli che non sappiamo di non sapere.