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“Proletari di tutta la terra. Lavoro, ecologia e riproduzione nell’era della crisi planetaria” di Stefania Barca

a cura di Giacomo Milazzo

Proletari di tutta la Terra

Un contributo radicale e un punto di vista inedito nel dibattito sulla transizione ecologica e sulla crisi planetaria.

«La ricerca scientifica ha documentato come la crisi planetaria abbia subito un’accelerazione senza precedenti a partire dal 1950. Ma questa è solo una parte della storia. Nei grafici della Grande accelerazione l’umanità è presentata come la padrona del pianeta nell’atto di espandere la propria impronta ecologica attraverso la crescita numerica, l’estrazione, il consumo e lo spreco di risorse. Tuttavia questi grafici nascondono la nostra vulnerabilità: mancano la carne e il sangue dei corpi umani, fatti della stessa sostanza della Terra e delle altre creature e minacciati dagli stessi processi che minacciano la biosfera»
Stefania Barca

Proletari di tutta la terra interviene su una questione centrale per le politiche della transizione ecologica: quella del ruolo del lavoro, delle classi lavoratrici e delle organizzazioni sindacali come soggetti attivi e direttamente interessati a fermare la crisi planetaria. Smontando l’idea che lavoro e ambiente rappresentino interessi intrinsecamente opposti, il libro mostra come la crisi ecologica e climatica sia il risultato di processi messi in moto dal capitale, non dal lavoro, e come le classi lavoratrici siano state colpite nei loro stessi corpi dal degrado ambientale a partire dagli ambienti di lavoro, che siano fabbriche, miniere, campi o case.

Allo stesso tempo, il proletariato della terra (quello industriale così come quello del lavoro domestico e di sussistenza) viene descritto come un soggetto che si ribella e si organizza attraverso le lotte per la regolazione del rischio industriale, per il riconoscimento del danno, per la gestione collettiva della terra e per la conservazione della biodiversità. Queste lotte spingono a ripensare le politiche della transizione ecologica all’insegna non soltanto della sostenibilità, ma anche dell’uguaglianza.

Aspetti fondamentali

Nel dibattito ambientale, lavoro e classe lavoratrice restano spesso sullo sfondo. Eppure è proprio da qui che l’Autrice parte per leggere la crisi planetaria da un’angolazione diversa. Muovendosi tra storia dell’ambiente ed ecologia politica, il libro rimette al centro chi lavora — nei settori industriali, nel lavoro domestico e in quello di sussistenza — e mostra come siano state le classi lavoratrici, con i loro corpi, le loro organizzazioni e le loro lotte, a vivere in prima linea gli effetti del cambiamento ecologico e climatico. Ne emerge una prospettiva che rompe l’idea di un’opposizione naturale tra lavoro e ambiente e apre a una lettura più ampia, complessa e politicamente feconda della crisi contemporanea.

Al centro dell’analisi c’è la cosiddetta Grande accelerazione, i sessant’anni in cui la crescita economica globale ha spinto i sistemi terrestri verso un degrado senza precedenti. L’Autrice ne contesta però la narrazione dominante: i grafici e gli indicatori che descrivono questa fase raccontano un’umanità astratta, vista come forza che estrae, consuma e spreca, ma cancellano il lavoro umano e la sua vulnerabilità. Spariscono i corpi, la loro esposizione al danno, il fatto stesso che lavoratori e lavoratrici facciano parte della natura che viene devastata. Così la crisi appare come una minaccia rivolta solo alla biosfera, mentre resta in ombra ciò che accade a chi quella crisi la subisce anche nei luoghi della produzione e della vita quotidiana.

Secondo l’Autrice, la Grande accelerazione consolida una visione profondamente dualistica: da una parte l’umanità, dall’altra la natura, ridotta a problema esterno da amministrare. È una lettura che, guardando il mondo dalla prospettiva del capitale globale, oscura la distribuzione diseguale di potere, responsabilità e vulnerabilità. L’Autrice insiste invece sui costi sociali della crescita: infortuni sul lavoro, malattie legate all’esposizione a sostanze tossiche, perdita di accesso a cibo e acqua, espulsioni di comunità e migrazioni forzate provocate da grandi opere e megaprogetti. Un prezzo altissimo, pagato in misura sproporzionata da lavoratori, contadini e popolazioni indigene.

Questa rimozione non è neutrale. Deriva, scrive l’Autrice, da un impianto culturale che identifica il benessere con la produzione di merci, il consumo di energia e la crescita del PIL, lasciando ai margini tutto ciò che non rientra nella sfera del “produttivo”. Nei racconti statistici della Grande accelerazione non compaiono salari, condizioni di lavoro, rapporti di produzione, trasformazioni dell’organizzazione del lavoro. La crescita viene naturalizzata, come se fosse il semplice esito del mercato, e non il prodotto di rapporti sociali concreti. Il risultato è un’immagine delle persone ridotte a consumatori, non a soggetti che hanno sostenuto, subito o contrastato quel processo.

È proprio contro questa narrazione che il libro prova a spostare lo sguardo: non più una generica “umanità” contrapposta alla Terra, ma il lavoro come parte viva del mondo naturale, esposto al degrado ambientale e insieme capace di opporvisi. Da qui prende forma anche un’altra critica, forse ancora più radicale: quella a una visione patriarcale che cancella il lavoro di riproduzione. I grafici mostrano la crescita della popolazione, ma non il peso del lavoro domestico, di cura e di sussistenza che quella crescita rende possibile. Eppure, ricorda l’Autrice, quasi metà del lavoro umano globale resta fuori dalle misure tradizionali della ricchezza, ed è svolto in larga parte da donne.

Nel quadro proposto dall’Autrice, la ricchezza non può essere letta soltanto dal punto di vista della produzione di merci. Conta anche la produzione della vita: la cura delle persone, il lavoro domestico, la riproduzione ambientale. Sono dimensioni che l’economia dominante considera accessorie, ma che invece risultano decisive per comprendere la modernità industriale e capitalista. Il libro mostra così come la crisi ecologica non possa essere separata dalle gerarchie di sesso, genere, razza e colonialità, e invita a riconoscere nella terra e nel lavoro di cura non risorse da sfruttare a basso costo, ma nodi centrali di ogni riflessione sulla giustizia ambientale e sociale.

Nel complesso, questo libro mostra come queste due prospettive – la produzione di merci e la produzione di vite – si confondano nella realtà materiale, nei corpi e nell’agentività del lavoro umano, proprio perché questo è fatto di esseri viventi e non di macchine. Entrambe le prospettive, dunque, sono fondamentali per comprendere il ruolo del lavoro nel sistema egemonico della modernità industriale/capitalista. Con questa espressione intendo un tipo ben preciso di modernità: quella che considera le forze di produzione (scienza occidentale e tecnologia industriale) come il motore principale del progresso e del benessere umano, mentre vede la riproduzione (umana e non umana) come uno strumento passivo, al servizio della produzione industriale e dell’infinita espansione del PIL. In questo paradigma, sia la terra sia il lavoro di cura sono risorse necessarie di cui appropriarsi e su cui mantenere la presa nel modo più economico ed efficiente possibile.

Stefania Barca
Stefania Barca

Stefania Barca è professoressa ordinaria accreditata in Storia Contemporanea e ricercatrice senior Beatriz Galindo Distinguished Researcher presso il Dipartimento di Storia della Universidade de Santiago de Compostela. Originaria d’Italia, dove è stata professoressa associata di Storia Moderna (2014) e di Storia Economica (2013), tra il 2009 e il 2021 ha lavorato come ricercatrice senior presso il Centro di Studi Sociali (CES) dell’Università di Coimbra. (Portogallo), dove ha ricoperto vari ruoli di leadership nella ricerca e ha supervisionato ricerche di dottorato e post-dottorato. In precedenza è stata visiting research fellow nel Programma di Studi Agricoli presso la Yale University (2005-06) e ha ricevuto borse di studio sabbatiche presso le Università di Berkeley (2006-08) e Lund (2015-16); più recentemente, è stata la quarta Professoressa “Zennstrom” in Leadership sul Cambiamento Climatico presso l’Università di Uppsala (2021). I suoi interessi di ricerca riguardano la Storia Ambientale e l’Ecologia Politica, con particolare attenzione all’era industriale. Ha studiato l’energia idroelettrica e la realizzazione di paesaggi industriali (XVIII-XX secolo); mobilitazioni ambientali (contadini, indigeni e operai) in Italia, Brasile e Portogallo dagli anni ’70 fino ad oggi; e attualmente sta studiando Just Transition da una prospettiva femminista, con particolare attenzione al lavoro di assistenza. Ha pubblicato ampiamente su riviste internazionali peer-reviewed; il suo ultimo libro è “Proletari di tutta la Terra”. Altri libri includono “Enclosure Water. Nature and Political Economy in a Mediterranean Valley”, che ha ricevuto il Turku Book Prize nel 2011; e il breve libro “Forze di riproduzione” nel 2020. È attiva in reti femministe, di giustizia climatica e di decrescita, e il suo lavoro è stato tradotto e diffuso in diverse lingue.

Angelo Mastandrea su “L’extraterrestre” – supplemento de “il Manifesto”, 2 aprile 2026
Estratto dalle pagine introduttive del libro,  pubblicato su Micromega, 8 aprile 2026

Presentazione del libro con l’Autrice

INDICE
Ringraziamenti
Introduzione
Il lavoro nella Grande accelerazione
Parte prima. Storia
Capitolo 1 Lavorare il pianeta
Capitolo 2 Pane e veleno
Capitolo 3 “Operaie della casa” contro il nucleare
Capitolo 4 Prendersi cura dell’Amazzonia
Parte seconda. Ecologia politica
Capitolo 5 Lavori “verdi”
Capitolo 6 Lavoro e crisi ecologica
Capitolo 7 I lavori della decrescita
Appendice
Documento politico della rete internazionale “Just Transition and Care”
Indice analitico