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“Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande al cambiamento climatico” di Matteo Motterlini

a cura di Giacomo Milazzo

Scongeliamo i Cervelli

«Non ereditiamo la terra dai nostri padri ma la prendiamo in prestito dai nostri figli»
proverbio Navaho

Un libro che mi ha particolarmente colpito ed entusiasmato. Sulle pagine del mio blog ho scritto decine di post per descrivere e raccontare argomenti come quelli riportati in questo libro. Ma laddove, per ovvi motivi strutturali, sul blog le informazioni sono frammentate e categorizzate, questo libro riesce a riportare ottimamente il tutto sotto un’unica luce. In un lungo ragionamento vengono proposte, ribadite, ripetute con decisione, e soprattutto corredate da prove concrete, tutte quelle azioni che l’umanità avrebbe dovuto mettere in atto da un pezzo, fin dai primissimi allarmi da parte della comunità scientifica. Perfettamente adattati ad un clima che non c’è più, proprio come le strutture fisiche risultano inadeguate anche quelle del nostro cervello sono addormentate, anzi, congelate, come sottintende il titolo, in schemi…paleolitici!

Appurato, oltre ogni ragionevole dubbio, che la causa principale della crisi climatica in atto è l’umanità, allora non si può non partire da un’analisi antropologica, sociologica, economica e psicologica dei motivi che ci inducono a mantenere lo status quo, come nella famosa metafora della rana bollita. Perché l’obiettivo è chiaro: dobbiamo darci una mossa, non è mai troppo tardi!

Sebbene sia riconosciuta la gravità del cambiamento climatico, le azioni volte a contrastare il fenomeno rimangono insufficienti. L’utilizzo continuativo dei combustibili fossili persiste nonostante le evidenze scientifiche sugli effetti negativi che questa pratica comporta per il pianeta. Perché?

L’Autore affronta il tema delle difficoltà cognitive che ci costringono a fronteggiare le crisi ambientale e climatica contemporanee, evidenziando come il cervello umano, evolutosi soprattutto per favorire la sopravvivenza, risulti del tutto inadeguato di fronte a problematiche che si sviluppano gradualmente. Il testo sottolinea come l’attuale modello economico, definito “capitalismo limbico”, sia basato sulla ricerca di gratificazioni rapide e continue, influenzando la nostra percezione temporale e le scelte individuali. Mentre persiste una produzione e consumo elevato di combustibili fossili, si osserva anche una crescente adesione a posizioni politiche che negano o minimizzano l’impatto antropico sul cambiamento climatico. Ne consegue che non solo il sistema climatico mondiale, ma anche il comportamento umano, risulta fuori controllo.

Come far fronte alla questione? Non basta spingere a riciclare di più o sprecare di meno. È necessario adottare un approccio più radicale: occorre prendere atto che questo problema è, prima ancora che ecologico, è di natura cognitiva. Il nostro modo di pensare si è rivelato insostenibile; pertanto, occorre superare le barriere mentali che ostacolano l’azione, alimentano l’illusione di avere tempo a disposizione e favoriscono atteggiamenti di fatalismo passivo.

Questo libro non solo lancia un avvertimento, ma offre anche consigli pratici per agire subito: smontare i pregiudizi, sviluppare uno sguardo critico e creare strategie di cambiamento. L’obiettivo è trasformare una situazione bloccata in un’opportunità, passare dall’inerzia all’azione e vedere possibilità dove sembrava non ci fossero.

Il tema è quindi noto: la crisi climatica, e ricorre continuamente. Ma non è il solito libro di diagnosi del problema del riscaldamento globale e sul cosa possiamo fare. Il punto di partenza qui è l’invito ad affrontare il modo, ancestrale e inadeguato, con cui affrontiamo tutto ciò, un monito e un invito a disattivare i meccanismi automatici e inconsci, i pregiudizi che ci impediscono di affrontare seriamente questo problema: il motivo conduttore del libro è legato proprio alle scienze cognitive al comportamento umano.

Il testo è articolato in una serie di domande, una per ogni capitolo, tutte estremamente interessanti. Vediamone alcune.

Perché la crisi climatica non ci provoca reazioni? L’Autore lo spiega chiamando in causa i bias, i vincoli dovuti a pregiudizi che ci portano a pensare sempre a breve termine, a preferire l’appagamento effimero immediato, il tutto subito, rifiutando invece i costi di una prospettiva più lontana e gli effetti incerti che si avranno in un futuro invisibile.
Perché continuiamo a rinviare come se non ci fosse un domani? Ancora, perché diamo meno importanza a ciò che sarà rispetto a ciò che è, una questa visione presente che è molto forte nel nostro cervello anche a causa del conflitto che c’è nel nostro cervello: due sistemi, quello veloce, intuitivo, fortemente adattativo, e che ci è stato utilissimo soprattutto nel nostro passato più remoto; e quello lento, meditativo e riflessivo. Sistemi che non sempre vanno d’accordo sono entrambi indispensabili ma a volte entrano in conflitto e ci fanno quindi prendere decisioni non razionali.
Perché trascuriamo le generazioni future?  John Stuart Mill, uno dei padri fondatori del liberalismo, dell’idea di libertà moderna, ha sempre vincolato la libertà alla responsabilità del suo utilizzo: il principio del non danno come limite della libertà, che vale ovviamente per il prossimo perché ci è vicino nello spazio ma si applica anche ai posteri. La propria libertà trova un limite nel momento in cui può recare danno ai posteri. E non a caso l’Articolo 9 della Costituzione recita: «(…) anche nell’interesse delle future generazioni (…)»È il tema della giustizia intergenerazionale, cambiare ha un costo molto elevato, e viene rifiutato.
Perché cambiare ci costa così tanto convinti d’avere risorse infinite? Fondamentalmente tendiamo a mantenere una sorta di status quo, che ci induce a pensare di essere spettatori presuntuosi di eventi che accadranno e interesseranno sempre gli altri, oppure che saranno talmente lontani nel tempo da non riguardarci affatto. Persino il più prezioso dei beni comuni, il nostro pianeta, viene sfruttato e distrutto senza preoccupazione, per gli stessi motivi. Ognuno prende una fetta del bene comune, subito imitato dagli altri, finché ce n’è senza rendersi conto che il vantaggio immediato è solo apparente e si trasforma in uno svantaggio a medio termine: crediamo ancora nella crescita infinita su un pianeta che ha limiti ben precisi.
Perché non ci fidiamo della scienza negando l’evidenza? Le strategie sono molteplici e note, ma forse la più immediata, che sconfigge questo voler negare l’evidenza è fidarsi della scienza. La nostra dissonanza cognitiva ci porta ad auto-assolverci perché vogliamo spiegazioni consolatorie, ma oltre l’autoinganno c’è quello altrui. Ci sono poi le contraffazioni negazioniste, gli attendisti, quelli inventano dubbi inutili, menzogne. Ma bisogna fidarsi della scienza perché è provvisoria, emendabile e imperfetta. Il confine tra la scienza verificabile e la semplice opinione non è sempre ben definito: proprio qui si inseriscono i mercanti del dubbio, che sfruttano la natura della scienza, per sua essenza provvisoria, precaria e soggetta a revisioni, cioè onesta. Il cinismo si diffonde soprattutto quando la scienza non offre certezze assolute, portando alcune persone a considerare ogni opinione sullo stesso piano. Questo accade nella vita di tutti i giorni: anche di fronte ai fatti, c’è chi genera dubbi; spesso, chi non ha argomentazioni cerca di mettere in discussione chi invece ne ha. I soggetti che diffondono informazioni non verificate si trovano spesso in una posizione vantaggiata: non sono tenuti a fornire prove, sottoporsi a verifiche o consultare esperti, e possono divulgare contenuti rapidamente tramite strumenti digitali come tweet, meme fuorvianti e pochi click. Confutare tali affermazioni richiede uno sforzo significativamente maggiore rispetto alla loro produzione. Negli ultimi anni si è inoltre diffusa la pratica, da parte di questi individui, di chiedere agli interlocutori di dimostrare l’erroneità delle proprie posizioni. E no, non è così che funziona. L’onere della prova sta a chi afferma. Sui social soprattutto ecco invece esercitarsi il trucco retorico.

Uno dei pregi di questo libro, forse il più importante: è pieno di rispetto, di generosità e di attenzione per le generazioni future; elemento molto raro da trovare nei libri, questa dedica a chi verrà, a dimostrare l’amore per loro e soprattutto denunciare che per il momento non ci stiamo comportando da buoni antenati!

Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri. 

Il cervello come ostacolo e risorsa nella lotta al cambiamento climatico

La vera emergenza: il blocco cognitivo
Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, sostiene che il cambiamento climatico è in realtà un problema secondario rispetto a una difficoltà ancor più profonda: il nostro modo di pensare, bloccato su schemi non sostenibili. L’Autore, ben noto per i suoi numerosi saggi, mette in evidenza come il principale ostacolo nella lotta contro il cambiamento climatico sia proprio l’atteggiamento mentale dell’essere umano. Prendendo avvio dal lato cognitivo del tema fin dal titolo vuole essere provocatorio: il volume nasce per spiegare perché le persone non si interessano a questo tipo di argomenti, e il vero paradosso è che se parlare di clima coinvolge poco, ciò che riguarda noi stessi fa discutere e attira subito l’attenzione.
Un problema cognitivo, non solo ecologico
Il cuore del problema, secondo l’Autore, non è soltanto ecologico ma innanzitutto di presa di coscienza: è il nostro modo di pensare ad esser diventato insostenibile. Il saggio si concentra sull’analisi delle trappole mentali che ci imprigionano e ci impediscono di agire, nonostante la consapevolezza e la preoccupazione diffusa. Molti, ad esempio, sono angosciati dalle stime che prevedono, ad esempio, che nel 2050 ci sarà più plastica che pesci negli oceani; tuttavia, pochi conoscono ricerche recenti che mostrano come nei tessuti cerebrali umani siano stati rilevati mediamente quasi 5000 microgrammi (µg) di plastica per grammo di tessuto cerebrale: quasi cinque tappi che si insinuano nelle nostre sinapsi. Le quantità indicate sono state rilevate in pazienti affetti da demenza; sebbene non sia stato dimostrato un nesso causale e ci siano voci discordi, si tratta di un fenomeno che richiede ulteriori analisi. Le microplastiche sono ormai riscontrabili nel sangue, nello sperma, nel latte materno e persino nel meconio neonatale, indicando che nessun distretto corporeo risulta protetto dalla loro presenza.
Plastica nelle sinapsi e perdita di empatia
Stiamo diventando di plastica non solo in senso materiale, ma anche metaforico: la crescente incapacità di provare empatia per il pianeta e la natura che stiamo devastando è un dato allarmante. Dal 1800 ad oggi, la connessione tra uomo e natura è diminuita del 60%. Il tempo che passiamo quotidianamente a contatto con la natura è, mediamente, ridotto ad una manciata di minuti, nei contesti urbani nemmeno quelli. Il 96% della biomassa dei mammiferi è formato dagli esseri e dagli animali da allevamento; solo il 4% è costituito dai mammiferi selvatici, sono i numeri della sesta estinzione di massa, quella in corso. E continuiamo a emettere 40 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno, superando i limiti oltre i quali la vita come la conosciamo non sarà più sostenibile.
Le risposte semplicistiche e il ruolo della politica
Di fronte a questo scenario, l’Autore si interroga su cosa sia possibile fare. Le soluzioni superficiali, come coltivare ortaggi biodinamici sul terrazzo o proporre guide salva-pianeta, non sono sufficienti. È necessario un cambiamento radicale, che coinvolga il nostro modo di pensare. Mentre la scienza conferma con un consenso del 97% la natura antropica del cambiamento climatico, leader sovranisti minimizzano o negano le evidenze scientifiche continuano a ricevere consenso imponendo dazi e privilegiando gli interessi nazionali a discapito della solidarietà globale e intergenerazionale. Le risposte politiche sono spesso semplicistiche, inefficaci e focalizzate sul breve termine, mentre il problema richiede una visione ben più ampia.
Ecoansia e il rischio della paralisi
Un altro effetto del bombardamento mediatico è il rischio di ecoansia, soprattutto tra i giovani: una condizione di preoccupazione cronica, ansia e senso di impotenza per un futuro percepito come già compromesso. Questo fatalismo porta ad allontanarsi dal problema invece che affrontarlo, e rappresenta un errore da evitare. È fondamentale sensibilizzare mostrando che la finestra dell’azione è ancora aperta: durante la pandemia di Covid, quando per un attimo abbiamo sospeso la nostra routine, la natura ha mostrato una sorprendente capacità di ripresa e i livelli di inquinamento sono calati. Questo dimostra che è possibile intervenire, oggi più che mai.

Matteo Motterlini
Matteo Motterlini

Professore ordinario di Filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove dirige il Centro di Ricerca di Epistemologia Sperimentale e Applicata. Già Consigliere per le Scienze Comportamentali alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; è stato visiting professor alla Carnegie Mellon University e alla UCLA. Ha collaborato per molti anni con «Il Sole 24 Ore» e con il «Corriere Economia». È autore di bestseller internazionali come La psicoeconomia di Charlie Brown (Rizzoli 2014), Trappole mentali (Rizzoli 2008) ed Economia emotiva (Rizzoli 2006), tradotti in spagnolo, giapponese, coreano e cinese.

INDICE

Introduzione
1. L’era della dopamina
1.1 Un cervello antico per sfide moderne
1.2 Il capitalismo limbico
1.3 Crescita contronatura
1.4 Sostenibilità e dipendenza
2. Il tempo delle scelte
2.1 Lo sconto iperbolico che ci rende miopi
2.2 Viaggiare nel tempo
2.3 Vincolarsi al futuro
2.4 Green More Tomorrow
3. Il buon antenato
3.1 Il clima degli altri
3.2 Armi di distruzione intergenerazionale
3.3 Fa’ la cosa giusta
3.4 Pazzo o economista
3.5 Fuori polizza
3.6 Un pianeta in liquidazione
4. Cambiare è difficile (se non sai come farlo)
4.1 Vedere per credere
4.2 L’ottimista inutile
4.3 Eco-ansia
4.4 Sostenibili per default
4.5 Il conformista
4.6 Insieme si cambia
5. Chi protegge ciò che è di tutti?
5.1 La tragedia dei beni comuni
5.2 Imprigionati dall’opportunismo
5.3 Tit for Tat
5.4 Il clima (non) è un gioco
5.5 Cooperare e punire
6. Un ecosistema di soluzioni
6.1 Non facciamone una tragedia
6.2 Cooperazione a km zero
6.3 Principi di resilienza
6.4 Alleanze policentriche
6.5 La transizione civile
7. Negare l’evidenza
7.1 Che tempo che fa
7.2 L’Antropocene è una pista nera
7.3 Un clima dissonante
7.4 Volti tra le nuvole
7.5 L’arte della contraffazione
8. Scegliere di fidarsi
8.1 Sommersi dall’opinione
8.2 L’aria che tira
8.3 Uno bravo
8.4 Perché fidarsi della scienza
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