
a cura di Giacomo Milazzo
La nostra capacità di adattamento è messa a dura prova dalla velocità con cui il mondo sta cambiando. In questo saggio Jared Diamond ci ricorda la responsabilità individuale e collettiva del destino della Terra.
Come conducenti inesperti ma troppo sicuri di sé, acceleriamo in paesaggi ed ecosistemi senza avere idea dei loro consolidati schemi di traffico, e poi reagiamo con sorpresa e indignazione quando affrontiamo le sanzioni per aver ignorato le leggi naturali
noi non ereditiamo la terra dai nostri padri ma la prendiamo in prestito dai nostri figli
Il mondo sta cambiando a una velocità che mette a dura prova la nostra capacità di adattamento. Clima in sempre più rapido mutamento, epidemie devastanti, tensioni geopolitiche e conflitti, la ricerca di un equilibrio sostenibile che sembra sempre più lontano: non sono più scenari teorici, ma sfide immediate per la sopravvivenza della specie umana.
In questo volume, l’Autore, uno dei più influenti pensatori del nostro tempo, dialoga con Giovanni Lo Storto in un ciclo di conversazioni nate nelle aule dell’Università Luiss nell’ottobre 2021. Attraverso una sintesi magistrale tra antropologia, storia e biologia, Diamond analizza le fratture della modernità e, senza offrire facili consolazioni, indica le rotte possibili per evitare il collasso.
Un saggio lucido e necessario che trasforma la complessità del presente in una bussola per il domani, ricordandoci come il destino del pianeta sia, prima di tutto, una responsabilità individuale e collettiva, frutto delle nostre scelte politiche e culturali.
In gioventù si tendeva a considerare il mondo stabile. Qualche anno più tardi si era invece diffusa la convinzione che, se non proprio stabile, fosse almeno governabile: crisi cicliche, conflitti – in genere molto lontani dalla parte di mondo in cui si viveva –, shock economici e disastri ambientali non sembravano mettere sostanzialmente in discussione il «fondo stabile» su cui poggiavano il pianeta e le sue vicende – la storia collettiva e individuale. Anche se lo studio della storia, come racconto e processo, indicava un percorso dell’umanità segnato da parecchi scossoni, civiltà scomparse comprese, sembrava sempre che si potesse tornare a quella base materiale, politica o simbolica, sulla quale le società potevano contare per riprendersi, correggere gli errori, guarire e ricostruire. Insomma, il progresso veniva ingenuamente visto come un processo cumulativo anche se discontinuo.
A tutto ciò, come si sarà compreso, non è più possibile credere.
Negli ultimi anni, il mondo sembra aver superato soglie fino a poco tempo fa inimmaginabili, quasi senza che se ne acquisisse consapevolezza. Altre sono ormai troppo vicine per essere trattate come astrazioni teoriche: l’intelligenza artificiale, un tempo percepita dai non specialisti come una teoria dal marcato retrogusto fantascientifico, è oggi al centro di interrogativi concreti. Senza apparire cultori della sci-fi incapaci di tornare alla realtà, ci si domanda se lo sviluppo della «superintelligenza artificiale» possa costituire una minaccia esistenziale per l’umanità e debba quindi essere bloccato. Mai come ora «oggi» significa esattamente questo giorno, mentre risulta sempre meno sensato usarlo per indicare un periodo lungo anche uno o due decenni.
La questione non riguarda soltanto gli sviluppi esponenziali della tecnologia. Il cambiamento climatico è ormai un fatto, non una previsione di là da venire. La sostenibilità, più che un orizzonte etico, è diventata un problema concreto di allocazione delle risorse. Anche la geopolitica, a lungo percepita come espressione di quella sorta di «ordine sicuro» di un tempo, capace di garantire le generazioni presenti e future, è tornata a somigliare al luogo di conflitto descritto nei libri di storia. Quel sistema di equilibri relativamente stabili sembra essersi spezzato, incapace di reggere l’impatto del brutale ritorno della competizione esplicita per il controllo dei nodi energetici, tecnologici e territoriali.
E non esistono, non sono mai esistiti, luoghi separati dal flusso degli eventi, utopici territori e certi Stati che nell’immaginario costituiscono «zone franche», perennemente altrove rispetto ai luoghi in cui si manifestano le grandi crisi. Chi, come chiunque della mia generazione, è cresciuto nello spazio simbolico della deterrenza nucleare, ha forse dimenticato che il pericolo nucleare sta tornando a essere una possibilità reale: un’arma tecnicamente pronta all’uso e capace di dissolvere l’idea stessa dell’esistenza di luoghi sicuri.
Le reti di interdipendenza, la globalizzazione, ormai riconoscibili in un mondo sempre più piccolo, presentano maglie tanto strette e connessioni così rapide da rendere prive di senso le distinzioni tra dentro e fuori, periferia e centro.
La minaccia nucleare agisce dunque su due piani: non soltanto possiede una capacità di distruzione materiale, ma smentisce radicalmente anche la convinzione che un luogo possa essere delimitato, abitato o persino pensato nel lungo periodo. La possibilità che una detonazione nucleare colpisca in qualsiasi momento qualunque punto del pianeta trasforma ogni territorio in un processo e il dopo in un problema che supera ogni capacità di governo. Potrebbe essere l’esito coerente di sistemi progettati per reagire in tempi incompatibili con qualsiasi forma di decisione umana: l’orrore consiste nella banalità che accompagna l’annientamento.
Una simile banalità sembra costituire oggi il punto cieco dell’immaginario politico: in una società che ha confuso progresso e benessere con la totale eliminazione dell’incertezza, ci si è abituati a concepire il cambiamento come graduale e ben regolato, mentre nulla genera maggiore sconcerto e disorientamento dell’inatteso.
L’Autore non offre risposte rassicuranti. Al contrario, le sue risposte invitano al dubbio, inteso come punto di partenza per imparare a formulare le domande giuste.
Per quanto possa apparire curioso nel caso delle opere di uno storico – nonché antropologo, geografo, biologo, teorico della complessità e divulgatore scientifico – gli argomenti trattati sono rivolti più al futuro che al passato, pur costituendo quest’ultimo uno dei principali territori d’indagine. Lontani dall’essere improbabili raccolte di profezie o implausibili manuali per comprendere il domani, le parole dell’Autore sono strumenti di orientamento in condizioni d’incertezza.
Ogni società umana, senza eccezioni, è fragile, esposta e probabilmente reversibile. Secoli di prosperità non proteggono dal rischio di un collasso nell’arco di pochi decenni. Nulla è automatico o garantito; i segnali di una crisi imminente possono restare invisibili fino al precipitare degli eventi e non esistono formule capaci di eliminare l’incertezza.
Con una radicale assenza di punti fermi e gerarchie si è condotti ad accettare che progresso, crescita e benessere, a lungo dati per scontati fino a diventare pilastri della civiltà, non siano traiettorie naturali, bensì esiti provvisori di scelte collettive, suscettibili di essere rovesciati in qualsiasi momento. Il passato viene trattato come un archivio di possibilità, impiegato per mostrare come le società reagiscano di fronte a limiti non negoziabili – ambientali, tecnologici, demografici, politici e di altra natura – e in quale misura riescano, o non riescano, a trasformare le crisi in occasioni positive di cambiamento.
Né catastrofi né consolazioni a buon mercato. Ai lettori viene proposto uno sguardo capace di prendere sul serio la complessità dei sistemi umani, insieme al netto rifiuto di due idee opposte ma ugualmente dannose: che tutto sia destinato a finire male oppure, forse ancora più pericolosamente, che tutto sia destinato ad aggiustarsi da sé.
Le lezioni che seguono possono essere lette oggi come un condensato di questa visione così potente. A una drastica riduzione della tolleranza all’incertezza si accompagna infatti l’esposizione a instabilità sistemiche che sembrano non avere precedenti nella storia umana: la crisi climatica, lo choc tecnologico, il ritorno all’armamento in Europa e altrove, la crescente fragilità delle catene globali, l’affidamento totale o parziale di decisioni anche critiche a sistemi intelligenti non ancora pienamente compresi.
In questo contesto occorre un metodo capace di insegnare a riconoscere i segnali deboli e a distinguere ciò che deve essere cambiato da ciò che, invece, deve essere accettato. Soprattutto, occorre imparare ad assumersi la responsabilità delle scelte prima che siano imposte dalle circostanze. Senza il timore di esporsi all’errore, ma con un rigoroso esercizio di lucidità, indispensabile per pensare il cambiamento prima che sia il cambiamento stesso a imporsi.
Queste brevi lezioni non promettono salvezza né minacciano catastrofi, ma offrono qualcosa di ben più raro: l’invito a pensare con rigore mentre regna la confusione, senza confondere la complessità con la paralisi né l’assenza di certezze con l’impossibilità di agire.
In un mondo nel quale numerose soglie sono state superate quasi senza che se ne acquisisse consapevolezza, questo è forse l’unico insegnamento che valga davvero la pena trasmettere.
Jared Diamond
Jared Diamond è biologo, ornitologo, antropologo. La sua ricerca spazia dalla biologia evolutiva all’antropologia. È celebre a livello mondiale per i suoi saggi che analizzano il destino delle civiltà, tra cui il bestseller Armi, acciaio e malattie (1997, premio Pulitzer), Collasso (2005), Il mondo fino a ieri (2012) e Crisi (2019). Le sue opere sono tradotte in decine di lingue e rappresentano un punto di riferimento per il dibattito ambientale e sociale contemporaneo. Membro della National Academy of Sciences, ha ricevuto la President’s National Medal of Science.
Giovanni Lo Storto, LargeLearning advisor, è manager di lunga esperienza negli ambiti della formazione e dell’innovazione. È autore di Ero studente – Il desiderio di prendere il largo (2017) e curatore di Etica digitale (con Marta Bertolaso, 2021). I suoi editoriali appaiono sul «Corriere della Sera».
Indice
Introduzione. di Giovanni Lo Storto
Tre lezioni sul cambiamento
1. Crisi nazionali e crisi personali
2. Il capitale umano
3. Lo sviluppo sostenibile


